Valerio Cruciani – Le città hanno gli occhi sempre aperti
(St.Louis & Lawrence Books, 2005)

Storie di ordinaria follia le avrebbe chiamate qualcuno. Prosimetri le definisce Valerio Cruciani.
Ventiquattro composizioni divise tra prosa e poesia che parlano di solitudine, umana sofferenza, squallore, paesaggi urbani, amore, innocenza, delusione, e che riservano al racconto il compito di introdurre il tema e ai versi il potere di evocarlo.
Una scelta fortunata che dona alla scrittura una certa freschezza, pur nell’ottica di un’opera che dipinge inesorabilmente il tempo in cui viviamo, con le sue brutture, le sue distorsioni, il cinismo, l’angoscia.
Dove sta la follia della citazione iniziale? Provate a scavare tra le parole comuni di cui si serve l'autore per descrivere e ditemi che cosa vedete; dilungatevi un istante sui cut-up e le similitudini e restate in attesa; ascoltate con attenzione il rumore del traffico e delle voci e rimanete impassibili se ci riuscite.
Cruciani non è Pavese ma riesce a commuovere, a colpire al cuore, a farsi accettare per quello che è: un giovane di ventotto anni alle prese con una realtà più grande di lui di cui non condivide quasi nulla ma a cui è costretto a sottostare, pena l’anomia.
Un uomo sputato dal nulla si aggira per la città. L’aria sa di graduatorie, moduli, colloqui. Si è appena aperto il sipario del giorno, eppure un senso di stanchezza sudaticcia gia si appiccica sui muri, sulla pelle, sui binari, sui tetti, sull’asfalto, su tutto.”
Le parole dell’autore vanno oltre la semplice esigenza comunicativa del singolo e richiamano una coscienza collettiva ben radicata e condivisibile. Sono il giornale che compriamo ogni mattina, le facce che ci circondano, il senso di impotenza che ci assale nei momenti difficili, la disperazione che viviamo tra le quattro mura di casa o agli angoli delle strade.
Una cronaca della vita insomma, che forse non lascia molte speranze a chi legge ma ha il non trascurabile pregio di farci sentire meno soli.

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Fabrizio Zampighi