Jonathan Carroll - Mele Bianche
(Fazi)

Questa recensione è dedicata alle persone che pensano che la funzione primaria di un’opera di narrativa debba essere, comunque, quella di stupire. A quelle persone che vivono nella convinzione che la letteratura sia ancora il mezzo migliore per permettere alla fantasia di viaggiare, di perdersi in territori sconosciuti – e perché no, un po’ surreali -, territori in cui è la libera creatività a fissare le regole del gioco. Dico questo perché questo è quello che riesce a fare l’opera di cui ci occupiamo, ovvero attirare a sé il lettore e coinvolgerlo, pagina dopo pagina, in un universo quanto mai folle ed, al tempo stesso, geniale.
Jonathan Carroll confeziona una storia fantastica e visionaria che, come spesso accade per le opere di questo genere, utilizza la realtà come una sorta di paravento capace di nascondere elementi oscuri e poco rassicuranti. Un’epidermide fatta d’amore, lavoro, vita vissuta che, in verità, poggia su uno scheletro deformato e fragile, in cui quelle che inizialmente sembrano sicurezze inattaccabili si rivelano, in modo inaspettato, interrogativi esistenziali angoscianti. La morte è elemento centrale nel romanzo -nonché punto di partenza dello stesso- come del resto la vita, il cui perpetuarsi diventa lo scopo primario dell’ agire dei protagonisti. Vincent Ettrich e compagni vengono catapultati dagli eventi in un luogo-non luogo fatto di piani sovrapposti, limiti temporali e spaziali frantumati, personificazioni di entità indefinibili, dimensioni oniriche dilatate, in un caleidoscopio narrativo sviluppato da diverse angolazioni e di cui, soltanto alla fine, è possibile comprendere appieno tutte le sfaccettature. Un caleidoscopio che tra le pieghe distorte delle vicende narrate sottintende questioni di fondo quasi filosofiche e domande a cui tutti, almeno una volta, abbiamo cercato di rispondere.
Carroll è bravo nel tracciare, per il lettore, un percorso lineare all’interno di una storia che è tutto fuorché lineare, centellinando, di volta in volta, elementi sufficienti a stimolare la sua curiosità ma non a soddisfarla. Il ritmo è scandito da una prosa essenziale, asciutta, veloce che però, al contrario di quella di altri autori americani – uno su tutti, Stephen King -, non è un rapido susseguirsi di sequenze di stampo cinematografico bensì un fiume dallo scorrere appena accennato, che non dimentica mai di "descrivere". Un’opera di valore questo “MELE BIANCHE” e complessivamente un romanzo davvero originale, che se in alcuni frangenti dimostra qualche incertezza, ha dalla sua, comunque, una struttura solida ed una capacità di coinvolgere non comune.

Zampighi Fabrizio