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Tracklist
01.
Shake The Dope Out
02. Hurricane Heart Attack
03. Inside Outside
04. Isolation
05. Cosmic Letdown
06. Red Rooster
07. Baby Blue
08. The Dope Feels Good
09. Stickman Blues
10. Oh Shadie
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Warlocks
- Phoenix
(Birdman-City
Rockers, 2003)
Dopo averne
letto in termini entusiastici sulle pagine di varie testate musicali
mi sono finalmente deciso ad acquistare questo “PHOENIX”
dei losangeleni Warlocks. Come a volte accade, – per fortuna non
spesso - quando un’opera solletica la nostra curiosità
e creiamo forti aspettative a riguardo solo perché il giornalista
di fiducia sembra esaltarsi nel parlarne, sono rimasto in parte deluso.
Questo non vi scoraggi, non fraintendetemi insomma, il disco non è
certo da buttar via e mi viene quasi da pensare che si possano riporre
molte speranze - soprattutto per il futuro - nei Warlocks. Detto ciò,
resta comunque l’idea di fondo: ascoltando “PHOENIX”,
abbiamo l’impressione di non trovarci di fronte ad un’opera
imprescindibile.
II suono, oltre ad ispirarsi palesemente ad alcuni contributi “storici”
come quelli di Jesus And Mary Chains e Spacemen
3 è in linea con alcune produzioni psichedeliche recenti,
cose tipo Black Rebel Motorcycle Club, Dandy
Warhols, Dead Meadow e, a pensarci bene, sta
esattamente in mezzo.
Certo, in mezzo, ma anche ad un livello ben diverso.
Se è vero che i Warlocks si dimostrano abili replicanti di idee
altrui e sublimi rielaboratori, è anche vero che il solo fatto
di ispirarsi a “mostri sacri” del genere non garantisce
loro sempre risultati ottimali. Ecco allora emergere le armonie dei
primi Dandy Warhols da brani come Shake The Dope Out –
una Boys Better un pelo più acida - ma senza il gusto
o la spinta propulsiva degli originali. Ecco i BRMC che spuntano dalle
strutture circolari e ipnotiche dei fraseggi e da alcune distorsioni
ma senza l’attitudine sperimentale e la cura maniacale per i suoni
in cui gli stessi sono maestri. Ecco band come i Dead Meadow chiamate
in causa, soprattutto negli episodi più avvolgenti, dalle alterazioni
vocali strascicate di Hecksher.
Il gruppo attraversa, con alterne fortune, tutti i cliquè
del genere – dalle strutture ripetute all’infinito ai rigurgiti
lisergici delle chitarre, dalle atmosfere inquiete alle improvvisazioni
ruvide e dissonanti - ma riesce ad essere veramente graffiante soltanto
nelle trasfigurazioni più dilatate, dove il suono complessivo
si affranca dagli stereotipi più evidenti per diventare personale.
Tutto questo ci spinge a considerare “PHOENIX” un’opera
di transizione.
La formula musicale dei Warlocks non dispiace ma ci sentiamo di raccomandarla
più a chi è a digiuno da certe sonorità –
magari anche per la sua innegabile tendenza ad apparire cool - più
che ad ascoltatori “esperti” che, probabilmente, la troverebbero
troppo derivativa e, forse, poco coraggiosa.
Zampighi
Fabrizio |