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Tracklist
01.
Rough Justice
02. Let me down slow
03. It won’t take long
04. Rain fall down
05. Streets of love
06. Back of my hand
07. She saw me coming
08. Biggest mistake
09. This place is empty
10. Oh no not you again
11. Dangerous beauty
12. Laugh I nearly died
13. Sweet neo-con
14. Look what the cat dragged in
15. Driving too fast
16. Infamy
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The
Rolling Stones - A Bigger Bang
(Virgin-Emi, 2005)
Confrontarsi
con una nuova uscita discografica dei Rolling Stones non è mai
facile, vuoi per l’inevitabile malcostume diffuso che porta ad
essere prevenuti nei confronti di una band che da almeno trent’anni
non sforna un disco davvero importante, vuoi per la certezza di avere
comunque a che fare con gente che il rock lo ha fatto nascere, lo ha
visto crescere e forse - chissà - lo vedrà anche morire.
Piuttosto difficile anche organizzare un discorso sensato che prenda
in considerazione l’evoluzione stilistica dei quattro musicisti
inglesi, dal momento che se c'è stato un momento di crescita
per la band, si è concluso nei lontani anni settanta.
Non resta quindi che affidarsi all'istinto, lasciando perdere le disquisizioni
pseudo-accademiche e cercando di capire se esiste davvero qualche buona
ragione che vada oltre le semplici questioni affettive, per avvicinarsi
a questo “A BIGGER BANG”.
Il nuovo episodio arriva a ben otto anni di distanza dall’ultimo
lavoro di studio del gruppo – il controverso “BRIDGES TO
BABYLON” – e a due da quel “FORTY LICKS" che
nel 2003 portò in giro per il mondo Jagger e soci con una tournè
da tutto esaurito. Un periodo di tempo fruttuoso e ricco di soddisfazioni
che ha evidentemente convinto gli inglesi a battere il ferro finché
è caldo, nonostante gli innumerevoli annunci di ritiro dai palchi
diffusi con regolarità e con la stessa regolarità smentiti.
Ecco allora le sedici tracce di questo “A BIGGER BANG” fare
capolino tra gli scaffali, a ricordare - come se ce ne fosse stato bisogno
- che i quattro ex-ragazzini di Satisfaction e Sympathy
for the devil sono ancora vivi e, tutto sommato, in buona forma.
Keith Richards, tra le pieghe di un viso ormai sommerso
da rughe profonde come canali di scolo, è ancora un macina riff
da paura, Mick Jagger sembra non conoscere cedimenti
nella voce, Charlie Watts è il solito androide
programmato su un unico ritmo, Ron Wood è un
tutt’uno con la sua slide guitar. Uno stato di grazia quello dei
quattro che si esplicita in un rock ‘n’ roll con tutti i
crismi, ben registrato e discretamente coinvolgente, debitore in gran
parte al mestiere e ai quarant’anni di carriera alle spalle –
come potrebbe essere altrimenti? – ma tutt’altro che fiacco
o poco rappresentativo.
Le limacciose Rough Justice e Let me down slow riassumono
in sette minuti i Rolling Stones degli ultimi vent’anni, Back
of my hand è Robert Johnson fuori dalla tomba, Oh no
not you again è la Shine a light del 2005, Look
what the cat dragged in e Rain fall down sono due energici
ed ammalianti funk, Sweet neo-con è l'invettiva politica
del gruppo contro Bush, Infamy e This place is empty
rappresentano i prescindibili contributi di Keith Richards alla parte
vocale. Pretendere un disco perfetto da una band di sessantenni sarebbe
stato però un crimine, se è vero, come si dice, che il
rock è roba da giovinastri e a ricordarcelo ci sono la mielosa
Streets of love e l’inutile She saw me coming.
Dileggiati dalla critica più intransigente e osannati da schiere
di fans che al pari dei loro idoli sembrano non prestare attenzione
al tempo che passa, le Pietre Rotolanti continuano ad autoreplicarsi
alla stregua di un virus, riuscendo in questa occasione, a confenzionare
un disco non solo dignitoso ma anche divertente.
Brani che in bocca a qualche nuova band invischiata all’hype
del momento avrebbero forse fatto gridare al miracolo ma che prodotti
dalle corde vibranti delle Fender Telecaster dei quattro musicisti inglesi,
considerato il passato glorioso della band, si meritano la piena sufficienza
e forse qualcosa di più.
Non male comunque, per dei vecchietti dati per morti in più di
un frangente.
Zampighi
Fabrizio |