Tracklist

01. Red Morning Light
02. Happy Alone
03. Wasted Time
04. Joe’s Head
05. Trani
06. California Waiting
07. Spiral Staircase
08. Molly’s Chambers
09. Genius
10. Dusty
11. Holy Roller Novocaine

 

Kings Of Leon - Youth & Young Manhood
(Bgm, 2003)

Ultimamente capita sempre più spesso di imbattersi in uscite discografiche di un certo peso che, pur mancando di originalità vera e propria in termini di suono, stupiscono ed entusiasmano per il gusto con cui vengono concepite. Con questo intendo dire che i titolari di tali opere, pur ispirandosi apertamente ad una “tradizione” musicale ben precisa, sono in grado di creare, con il loro lavoro, nuove variazioni sul tema, aggiornandolo con soluzioni – quasi - inedite o, semplicemente, rielaborando idee altrui. Potrei citare, tra questi, i White Stripes di “ELEPHANT”, i Coral di “MAGIC AND MEDICINE” e, non ultimi, i Kings Of Leon di “YOUTH & YOUNG MANHOOD”.
Per capire quali siano i principali riferimenti che stanno dietro al disco in questione è sufficiente, prima ancora di ascoltare una qualsiasi delle undici tracce che lo compongono, dare un’occhiata al retro-copertina: ci si trova di fronte a quattro capelloni vestiti con giacche di pelle e jeans scampanati ritratti in qualche “amena” località del Sud degli States, in uno scatto che rimanda inevitabilmente agli Allman Brothers dei primi anni Settanta.
Non fatevi ingannare dalle apparenze però; anche se i fratelli Allman fanno più volte capolino nelle melodie dei Kings of Leon, i quattro giovani musicisti americani non sono certo una loro copia sbiadita. I Followill – tre fratelli ed un cugino - mettono in piedi un universo sonoro che pesca a piene mani dai seventies ma che allo stesso tempo sembra mantenere una certa freschezza ed una sostanziale onestà di intenti. Dai suoni – inaspettatamente - puliti e precisi che arrivano dal lettore emerge la personalità fisica e adrenalinica del gruppo, racchiusa in strutture sospese tra viscerale hard rock – a pensarci bene neanche tanto hard - e blues dichiaratamente sudista. I frequenti cambi di ritmo, i fraseggi veloci delle chitarre e la voce strascicata e fangosa di Caleb – ditemi se non sembra provenire da qualche angolo dimenticato del Mississipi - sono già un marchio di fabbrica dell’esemblè, assieme ad una cura per gli arrangiamenti che talvolta strizza l’occhio alle ultime tendenze – Strokes - ma che non appare mai superficiale.
Nessun sillogismo o falsa pretesa dietro all’esordio di questa band del Tennessee ma soltanto vecchio e “sano” rock ‘n’roll, divertente e godibile perchè ben costruito, originale quanto basta nella resa.
Due note prima di chiudere: ghost-track alla fine dell’ undicesima traccia e cd Copy Controlled.

Zampighi Fabrizio