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Tracklist
01.
Anarchytecture
02. Pay For Soup. Build A Fort. Set That On Fire
03. Some Disordered Interior Geometries
04. Hollenberg Pony Express
05. Golf? No Sir! Prefer Prison Flog
06. The Vertical Journey
07. Logic Of The Birds
08. Hollywood, Palermo
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Gebbia
/ Ligeti / Pupillo - The Williamsburg Sonatas
(Wallace
/ Audioglobe, 2005)
Gebbia,
Ligeti, Pupillo. Ovvero come riuscire a creare musica vibrante partendo
dai preamboli del free jazz ed arrivando ad una sintesi destrutturata
che marca il momento, esalta l’attimo, suona decisamente virtuosa.
Come se Coltrane, nascosto tra i vicoli sudici di New
York, avesse ceduto al fascino estremo della no wave più
blaterante. Come se il funk dei settanta avesse perso la propria
purezza in favore di un rumorismo istintivo fatto di fotogrammi sparsi
ed abbozzi urbani decadenti.
Un suono virtuoso dicevamo, specchio fedele delle personalità
coinvolte nel progetto.
Alla batteria c’è Lukas Ligeti, figlio di uno dei più
grandi compositori di musica contemporanea del ‘900 – tal
Gyorgy, tanto caro a Stanley Kubrick – e compositore sperimentale
egli stesso; al basso Massimo Pupillo, musicista negli Zu nonché
collaboratore di artisti del calibro di Steve Albini e Guy Picciotto;
al sax il palermitano Gianni Gebbia, titolare di innumerevoli esperienze
musicali tra Italia e Stati Uniti e di una prestigiosa presenza nel
Penguin Books To Guide Jazz.
Tre apporti strumentali d’eccezione per un disco segnato da un’irrefrenabile
spinta creativa ed un’ indole che trascende ogni conformismo.
A titolo d’esempio potrebbe essere sufficiente citare i briosi
fraseggi di sax che germogliano tra i solchi di Anarchytecture
o il sudore e gli schizzi dissonanti di Pay For Soup. Build A Fort.
Set that On Fire, le narcotiche attese in Hollenberg Pony Express
o i fulminanti crescendo di Logic Of The Birds. Brani in cui
la consapevole conflittualità tra gli strumenti determina il
mood e i tempi di somministrazione mentre l’improvvisazione
crea talvolta uniformità di vedute, più spesso, balbettanti
e vorticosi contrappunti.
Il disco apre al concetto di stimolo-reazione e lo fa grazie ad un substrato
armonico che permette al singolo di gestire in piena autonomia la propria
identità musicale pur non impedendogli di intervenire sul suono
corale. Un suono che esclude quasi del tutto il ricorso a temi ricorrenti
– prerogativa del jazz più tradizionale - in favore di
una tendenza all’espressività frammentaria ed allo scontro
violento.
Stordire, sommergere, far riflettere: questi gli obiettivi di “THE
WILLIAMSBURG SONATAS”. Un’ opera di confine tra jazz ed
avanguardia strumentale che pur sembrando poco accessibile – soprattutto
nelle fasi iniziali – riserva memorabili istanti di musica colta.
Zampighi
Fabrizio |