Tracklist

01. Let’s jump in
02. Such hawks such hounds
03. Get up on down
04. Heaven
05. At her open door
06. Eyless gaze all eye / Don’t tell the riverman
07. Stacy’s song
08. Let it all pass
09. Through the gates of the sleepy silver door

 

RECENSIONE "SHIVERING KINGS & OTHERS"

Dead Meadow - Feathers
(Matador, 2005)

I Dead Meadow sono tornati, carichi delle loro fascinazioni hard-blues, torturati come non mai da quell’incubo sonico che nei Settanta si faceva chiamare Sabba Nero, protési senza alcun timore verso una musica che innalza il latrato espansivo delle chitarre ad unica legge possibile. Lo fanno con stile e cognizione di causa i Nostri, memori dei buoni risultati ottenuti con il precedente “SHIVERING KING AND OTHERS” ma al tempo stesso certi di avere ancora qualche cartuccia da sparare.
Nello specifico si tratta di riprendere gli stimoli emersi nell’episodio precedente spogliandoli dei riffoni ad effetto tanto cari ai nostalgici di Ozzy e compagni – senza tuttavia pregiudicarne l'ispirazione generale – ed indirizzando il suono verso lande boscose dove il sole è un puntino arancione all'orizzonte e le ombre incombenti nascondono strane creature e riti ancestrali. Fuor di metafora un' impennata radicale sull’asse delle fascinazioni lisergiche quella del quartetto americano, che si concretizza in suoni lenti e ragionati di basso, chitarra elettrica e batteria, vaghezze eteree e nebbiosi scenari crepuscolari.
Tra i numi tutelari di questo “FEATHERS” ci pare di poter identificare, a parte i già citati Black Sabbath, il Twink di “THINK PINK”, i Pink Floyd di “DARK SIDE OF THE MOON” – almeno per alcune chitarre di contorno – e i compagni di merenda Warlocks. Il tutto per una musica che alterna momenti di stasi a climax eretici, copiose lead guitars a fangose sinfonie in riverbero, contrappunti urlanti di wah wah a grancasse poco inclini al compromesso.
Il nuovo episodio conferma una formula ormai consolidata – Eyless Gaze All Eye / Don’t Tell The Riverman è forse il brano che più si avvicina a quanto ascoltato nel disco precedente -, e al tempo stesso abbraccia insolite aperture melodiche – che ci crediate o no At Her Open Door ricorda vagamente certi Oasis -, suona liquido ed onirico – Let’s Jump In – e si srotola in folk quasi medievaleggianti - Such Hawks Such Hounds – che non sarebbero dispiaciuti alla spettabile ditta Page & Plant.
Un opera che mostra una band impastata fino al midollo di feedback e lamentose distorsioni, vociare ossessivo e reiterazioni psichedeliche, alfiere di un hard dilatato più nelle intenzioni che nei tempi sorto dal blues e tramutatosi in una twilight zone dalle tinte davvero inquietanti.

Zampighi Fabrizio