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Tracklist
01. Modern music
02. Don’t run our hearts around
03. Druganaut
04. No satisfaction
05. Set us free
06. No hits
07. Heart of snow
08. Faulty times
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Black
Mountain - Black Mountain
(City Slang - V2 / Edel, 2005)
Il citazionismo
è un fenomeno diffuso di questi tempi e non risparmia nessuno,
tanto meno un periodo dal fascino prepotente e duraturo come gli anni
Settanta. Come dare torto, del resto, a band che eleggono a proprio
marchio di fabbrica la lezione impartita da artisti del calibro di Black
Sabbath, Deep Purple, Allman Brothers,
Jimi Hendrix, in un momento in cui per il consumatore
distratto il massimo dell’impeto ribelle in musica è rappresentato
dai gorgheggi a singhiozzo delle starlette del pop?
Esperimenti come Strokes, Dead Meadow, Kings Of Leon, Jet e compagnia
non possono che ritenersi riusciti se l’obiettivo è rinverdire
i fasti di un passato in cui gli strumenti erano strumenti e non esclusivamente
bit e dove il carisma di un artista era commisurato alle sue capacità
tecniche e creative e non alla velocità con cui agitava il fondoschiena.
Tra i nuovi “vecchi” dell’elenco trovano posto ora
anche questi Black Mountain, formazione di Vancouver all’esordio
discografico, capace di confezionare un piccolo gioiello di revival
hard-psico-prog-rock dalle tinte oscure e l’indole nervosa. Un
disco invernale e dal tessuto invecchiato, in cui trovano posto brani
costruiti su ritmiche perlopiù rallentate.
Pur mostrandosi abili nel rielaborare, i Black Mountain non nascondono
le proprie ascendenze ideologico-musicali, in un tiro al piattello che
si diverte a citare i Grateful Dead meno narcolettici
e il Jimi Hendrix più drogato con Modern music, le armonie
dei Deep Purple con Don’t run our hearts around, i Black
Sabbath con Druganaut, o le reminiscenze hendrixiano-velvettiane
– The wind cries mary che dialoga con White light
White Heat su una ritmica dei Rolling Stones –
di No satisfaction.
Tra gli aromi diffusi si colgono anche le essenze leggermente acide
dei Ride – Set us Free – sapientemente
mixate ancora una volta con i paladini di Smoke on the water,
le malinconie rallentate dei Radiohead - Heart
of Snow - unite a dosi ragionate di riff alla Led Zeppelin.
Ciò che stupisce, considerata l’età anagrafica della
scuola di pensiero a cui si rifà il disco, è la freschezza
generale che dimostra, un sentire diffuso che crea immediata complicità
grazie alle notevoli potenzialità melodiche dei brani.
Arrangiamenti ben strutturati e cambi di ritmo irrequieti fanno il resto,
sottolineando la qualità di un’opera che pur essendo derivativa
in più di un aspetto, ci pare tutt’altro che disprezzabile.
Zampighi
Fabrizio |