Tracklist

01. Primavera del sangue
02. Aprile D.C.
03. 2:40
04. Solare
05. Verme
06. Zolle
07. Stella
08. Prostituisciti
09. Stirpe confusa

 

Bachi da Pietra - Tornare nella terra
(Wallace / Audioglobe, 2005)

Musica strana quella dei Bachi da Pietra, musica che parte al rallentatore e ti prende alle spalle senza nemmeno che tu te ne accorga. Violenta, benché contenuta nei volumi, capace di instillare un’inquietudine sfocata e di imporre all’ascoltatore un viaggio che parte dalla terra e scava nell’anima, nel fango dei ricordi, nelle profondità del cuore. Una musica che sceglie come idioma ufficiale un blues primordiale appena elettrificato e che ne estremizza il fluire rendendolo monocromatico, ossessivo, lento e inesorabile, simile a un sussurro sorpreso dal male di vivere.
Titolari del progetto sono quel Bruno Dorella di cui ormai a fatica si seguono le vicissitudini artistiche tanto sono numerose – ex Wolfango, ora Ronin, Ovo, nonché primo cittadino dell’etichetta Bar La Muerte – e Giambeppe Succi, per dieci anni colonna portante dei Madrigali Magri. Una collaborazione che sa di artigianale e mirato, almeno nei suoni, dal momento che il motore del gruppo risiede esclusivamente nella batteria del primo e nella chitarra del secondo.
Del resto non serve altro, dal momento che l’obiettivo è quello di veicolare una musica umorale e diretta, avvolgente ma minimale, strutturata su un cantato appena accennato e una chitarra che dal blues riprende attitudine più che grammatica: sei corde che rilasciano sprazzi di inquietudine – Solare – o che magari cedono ad un battere di rullante anoressico - Aprile D.C. – e ad atmosfere ipnotiche (Primavera del sangue). Tra riff quasi improvvisati e a piatti che vibrano nel vuoto si inerpicano i testi di Succi, poesie angoscianti e carnali che raccontano di esistenze fallite, illusioni svanite, vita e morte, spaccati di un’etica della disperazione figlia di brumosi scenari autunnali e giornate senza sole.
Tra i cattivi maestri del gruppo inevitabile citare l’ex Bad Seeds Hugo Race, profeta tutt’ora insuperato di certo blues ruvido ed oscuro, anche se ad alcune derive di impianto jazzistico dell’australiano, i Bachi da Pietra preferiscono secchezze formali reiterate e assenze strumentali.

Zampighi Fabrizio