Tracklist

01. I’m waiting for the man
02. Sweet Jane
03. Lonesome cowboy Bill
04. Beginning to see the light
05. I’ll be your mirror
06. Pale blue eyes
07. Sunday morning
08. New age
09. Femme fatale
10. After hours

 

RECENSIONE "VELVET UNDERGROUND & NICO"

 

The Velvet Underground - Live at Max's Kansas City
(Atlantic, 1972)

Nel 1972 i Velvet Underground non sono che la pallida imitazione dei cinici e depravati sperimentatori giunti alla corte di Andy Warhol cinque anni prima. John Cale è stato estromesso dal gruppo da un Lou Reed in bilico tra un ego smisurato e smisurati problemi di droga, Maureen Tucker è in procinto di diventare una madre di famiglia, Sterling Morrison si divide tra musica suonata e studi universitari.
Della formazione originale rimane in pianta stabile solo il già citato Reed a cui l’Atlantic – dal 1970 nuova casa discografica del gruppo – decide di affiancare i misconosciuti fratelli Doug e Billie Yule. È questa la line-up che poco tempo dopo pubblica il mediocre “LOADED”, una raccolta di vecchi brani scritti l’anno prima – tra cui spicca la celeberrima Sweet Jane – unita ad una manciata di rock orecchiabili usati come riempitivi. Per promuoverlo i Velvet Underground decidono di inaugurare una nuova stagione di concerti al Max’s Kansas City di New York, - uno dei punti di ritrovo dell’avanguardia artistica newyorkese di allora – ma è il canto del cigno: passano pochi mesi e anche Reed abbandona i compagni sancendo una volta per tutte la fine della parabola artistica della band.
Il disco in questione è la cronaca dell’ultimo concerto tenuto dal gruppo nello storico locale newyorkese, un’esibizione finita sul nastro magnetico di un piccolo registratore portatile e pubblicata senza grossi aggiustamenti nel 1972. Oltre a costituire l’unica incisione dal vivo dei primi Velvet Underground, l’opera è un documento storico che ritrae impietosamente una band allo sbando, vittima dei propri eccessi ed in piena crisi d’identità. Lou Reed invece di cantare bofonchia stonato, il suono della chitarra è approssimativo come non mai, gli errori di esecuzione si sprecano e dal riverbero che arriva – rigorosamente in mono - sembra più un cesso di due metri per due quello in cui stanno suonando i musicisti piuttosto che un club.
Eppure tra le pieghe di un fallimento annunciato, tra le ombre di un disco in apparenza poco riuscito, ci sono elementi che spingono a considerare le dieci tracce in esso contenute qualcosa di più di un semplice passo falso. In “LIVE AT MAX’S KANSAS CITY” i Velvet Underground tornano alle origini tralasciando i pochi accorgimenti tecnici che avevano riservato agli ultimi due lavori e riabbracciando un rock’n’roll selvaggio, sudato, per nulla didattico e terribilmente diretto. Certo non ci sono più l’ipnotico violino di Cale e la batteria anoressica della Tucker, sostituiti da una girandola di piatti e rullanti e da un basso che più convenzionale non si può e non c’è più l’attitudine sperimentale di un tempo trasformata in statico e svogliato garage, ma sotto le quintalate di note mancate e voci ubriache si scorge ancora la band di Heroin. I brani richiamano apertamente la furia espressiva degli esordi – uno scalino sopra a tutti “lo speed “ di Beginning To See The Light – e la voce di Lou Reed, nonostante le evidenti cadute di tono, è ancora quella del junkie scapestrato del periodo Factory con gli occhiali neri calati sugli occhi e il ghigno strafottente stampato sulla faccia. L'alone di decadenza ed estemporaneità che si respira tra i solchi del disco va di pari passo con l'approccio fisico dei newyorkesi rivelandosi una scelta estetica in anticipo sui tempi - il punk e la no wave sono ancora lontani - ed un veicolo adeguato per i brani monocordi della band.

Una band che si conferma anche in questa occasione una delle realtà musicali più rivoluzionarie di sempre.

Zampighi Fabrizio