Tracklist

01. Astronomy Domine
02. Lucifer Sam
03. Matilda Mother
04. Flaming
05. Pow R. Toc H.
06. Take Up Thy Stethoscope And Walk
07. Interstellar Overdrive
08. The Gnome
09. Chapter 24
10. Scarecrow
11. Bike

 

Pink Floyd - The Piper At The Gates Of Dawn
(
Emi, 1967)

Ogni volta che mi accosto a questo disco provo un misto di ammirazione e paura.
È una sensazione strana da descrivere, qualcosa che sta a metà tra la certezza di trovarsi di fronte ad una musica al tempo stesso grandiosa ed innocente ed il timore di non avere i mezzi sufficienti per comprenderla appieno. Come se tutti gli anni spesi a consumare cassettine, vinili, cd e padiglioni auricolari potessero improvvisamente non servire più a nulla davanti a suoni tanto sconosciuti ed affascinanti.
Il classico fan dei Pink Floyd – quello salito alla ribalta ai tempi di “ THE DARK SIDE OF THE MOON” per intenderci - godrebbe nel farvi notare come il primo disco del gruppo – appunto “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN” - non sia altro che un esperimento giovanile dal profilo confuso che nulla ha a che vedere con la produzione discografica successiva. Nel tentativo di incensare il periodo progressivo della band però, ometterebbe forse di sottolineare come lo stesso episodio sia in realtà l’opera più rappresentativa – ed a mio avviso riuscita - della prima psichedelia targata Pink Floyd.
L’elemento distintivo del disco risiede fondamentalmente nel nome di Syd Barrett, splendido fondatore e diamante pazzo del gruppo, abile nell’innalzare lo stesso verso vette compositive mirabolanti ma troppo fragile per sostenere a lungo l’enorme peso dello status raggiunto. Una presenza che avrà appena il tempo di mostrarsi tra i solchi di questo episodio per poi svanire nel nulla inghiottita da devastanti problemi psichici.
Benchè il disco sia a nome Pink Floyd, i contributi di Waters, Wright e Mason appaiono piuttosto marginali. L’anima di “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN” risiede nella spinta creativa che anima il suo autore: un musicista in grado di destrutturare suoni convenzionali e trasformarli in dilatati lamenti interplanetari, un artista capace di ridisegnare le classiche dodici battute del blues e di spedirle “otto miglia più in alto”, un abile rielaboratore della poetica Carroliana – Lewis, quello di Alice - ostinato nel mutare tale poetica in surrealismo infantile dalle tinte acide.
Le disparate influenze culturali con cui entra in contatto in una Swingin’ London quanto mai colorata e vitale sommate a dosi massicce di LSD e ad un’attitudine artistica multiforme, portano il giovane Barrett a generare un intrico melodico che diverrà una pietra miliare del movimento lisergico inglese. Una sorta di vademecum del perfetto “viaggiatore”, testamento involontario e padre di una tradizione musicale che partorirà generazioni di estimatori.
Chi pensa che la musica non sia soltanto una semplice colonna sonora ma un’ esperienza totale ed avvincente dovrebbe lasciarsi cullare dalle note di “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN”. Potrebbe venir risucchiato nello spazio più profondo della propria coscienza tra esplosioni di colori e suoni evanescenti; conoscere mondi irreali in cui convivono re dagli occhi d’argento e gnomi dalle tuniche scarlatte; essere costantemente avvolto da cieli infiniti dalle mille sfumature chimiche.
Chitarre taglienti ma al tempo stesso non perfettamente squadrate, vagheggiamenti orientaleggianti di tastiere e basso, linee armoniche impossibili da decifrare pienamente ad un primo ascolto distratto, costituiscono il linguaggio, a tratti ostico, dell’opera in questione. Una forma di espressione libera di improvvisare ma non improvvisata, che istituzionalizza la sperimentazione come vero e proprio punto di partenza di tutto il processo creativo.

Zampighi Fabrizio