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Tracklist
01.
Money Jungle
02. Fleurette Africaine
03. Very Special
04. Warm Valley
05. Wig Wise
06. Caravan
07. Solitude
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Duke
Ellington – Money Jungle
(United Artists, 1962)
Il
ritmo, Duke Ellington, lo aveva nel sangue fin dagli anni Venti, quando
suonava il “jungle sound” all' Hollywood Cafè di
New York. Materiale successivo come Jubilee Stomp e Take
The “A” Train non fece che aggiornare nel tempo le
vecchia nomenclatura, raffinandola, sfumandola, in parte rivoluzionandola,
soppesandola in intrecci di spartiti sempre più complessi.
E' nel 1962 che Ellington decide che è arrivato il momento di
confrontarsi in prima persona con chi azzarda, nello stesso campo, definizioni
profondamente differenti dalla sua e per farlo chiama a raccolta due
liberi pensatori del periodo. Il primo è Max Roach,
che una personale interpretazione del “ritmo” l'aveva già
data un paio di anni prima in "FREEDOM NOW SUITE!" richiamando
le ruvidezze della madrepatria Africa, le sue lacrime, l'anima nera.
L'altro è Charles Mingus, uno che in "PHITECANTROPUS
ERECTUS", per il ritmo, aveva cucito un vestito con i suoni della
modernità e la velocità della metropoli. Due ospiti illustri
che si inchinano al grande “Vecchio”– quasi tutte
di Duke le sette composizioni pensate in origine per il disco -, portando
in dono un obliquità che il suono del maestro forse non aveva
mai posseduto prima.
Come succede nell'introduttiva Money Jungle, con Ellington
a spingere come un dannato sui tasti del pianoforte, il contrabbasso
di Mingus che si inalbera e arranca manco fosse un tassista newyorkese
e Roach che da dietro dà man forte ai due. O in Wig Wise,
in cui ai richiami e alle scale discendenti del piano del maestro risponde
un rullante che quando non fruscia è tutto un sincopare. I tre
si trovano a meraviglia, con il batterista che viene chiamato spesso
a creare sfondi insoliti per gli schemi ellingtoniani. Come nella parte
iniziale di Caravan, in cui da una rullata inquieta su accordi
che sanno d'oriente, si passa al più classico spazzolato prima
e ad accenni cubani poi, in quello che forse è il pezzo più
articolato di tutto il pacchetto.
Ma il jazz di Ellington era – ed è – soprattutto
questione di melodia, di mezze luci, di atmosfera e i comprimari di
lusso che accompagnano il Nostro ne sono consapevoli. Tanto da defilarsi
senza fiatare in occasione di brani come Solitude, in cui l'anima
raccolta e intimista del Duca viene a patti con una logica dell'armonia
quasi monkiana o accennare soltanto qualche abbozzo in Warm Valley,
tra battere soffuso e contrabbassi pizzicati. Il resto è questione
di stile, un perdersi e ritrovarsi nel tribalismo in sordina e nelle
malinconie di Fleurette Africaine o un godere dei fraseggi
di pianoforte smozzicati su impianto fondamentalmente blues di Very
Special, per un disco che ha il pregio di mostrare con chiarezza
il contributo delle parti in causa senza snaturarne l'immediatezza.
Nell'edizione della Blue Note che si trova nei negozi, le traccie sono
complessivamente quindici, tra alternate takes di rito e qualche bonus
track: tra tutti Switch Blade e A Little Max (Parfait), parentesi efficaci
che il maestro si premura di riservare rispettivamente a Mingus –
assolo di basso nella parte iniziale del brano – e a Max Roach.
Fabrizio
Zampighi |