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Tracklist
01. Why Don’t
You Eat Carrots
02. Meadow Meal
03. Miss Fortune
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Faust
– Faust
(Polydor, 1971)
Tutto
inizia con un imponente crescendo di feedback mescolato a rigurgiti
confusi di sintetizzatore.
Al pari di un rullo compressore senza controllo il suono avanza, frigge,
fuma, esplode, frantuma i timpani del malcapitato ascoltatore, sommerge
brandelli di Satisfaction e briciole di All You Need Is
Love quasi fossero naufraghi in procinto di annegare tra flutti
sonici. Col suo rombo terrificante questa creatura informe ricopre d’oscurità
le dichiarazioni d’amore del quartetto di Liverpool, fa apparire
l’irriverenza jaggeriana il pianto di un lattante, satura e occlude
ogni possibile via di fuga auto-celebrandosi quale unica fonte di rumore
bianco. Quasi a dire la melodia del passato è lontana, il pop
è solo un’opinione, la love generation è morta e
sono stata proprio io ad ucciderla.
Faust è l’appellativo a cui si affidano Uwe Nettelbeck,
Hans Joachim Irmler, Zappi Diermaier,
Arnulf Meifert, Jean Hervè-Peròn,
Gunther Wüstoff e Rudolf Sossna
per dare un’identità al suono in questione, nome che richiama
miti sinistri e fantasmi dall’aldilà ma che in realtà
– come il buon Julian Cope fa notare nel suo “KRAUTROCKSAMPLER”
- in tedesco significa “pugno”. Una scelta linguistica poco
accondiscendente esaltata in primis dall’eloquente copertina del
disco d'esordio - in cui è ritratta la radiografia di una mano
serrata - ma anche da un sentire che non ha rivali quando si tratta
di massacrare con irrispettosa violenza dieci anni di canonica supremazia
anglosassone in ambito rock.
Il contesto in cui operano i Faust è la Germania di inizio anni
settanta, una diga in procinto sfaldarsi sotto il peso delle tensioni
sociali post-belliche e di input culturali importati ai tempi del conflitto.
Negli ambienti musicali alternativi prende piede una mescolanza creativa
di razionalismo tedesco e rock’n’roll, psichedelia hippie
e avanguardia, preparazione classica e intellettualismi filosofico-esistenziali
che in breve dà il via a schiere di terroristi sonori e viaggiatori
cosmici pronti a sperimentare ogni sorta di diavoleria elettronica.
I protagonisti del periodo hanno il nome di Amon Düül, Ash-ra
Temple, Can, Kraftwerk, Cluster, Neu!, Popol Vuh e naturalmente Faust,
portabandiera di un linguaggio inedito quanto rivoluzionario che si
dimostrerà non solo un atto di coraggio espressivo lodevole ma
anche una formula musicale capace di conquistare “l’ultranazionalista”
mercato inglese.
Descrivendo nei particolari questo "FAUST", con Why Don’t
You Eat Carrots ci si trova di fronte a strutture dilatate fino
all’inverosimile, taglia e cuci selvaggi, valzer scoordinati,
registrazioni invertite, ottoni invasati da passioni free-jazz, cori
da bar, fuzz di chitarra, musica visionaria solcata da dialoghi in tedesco:
una koinè dalle mire dadaiste e i sofismi concettuali che diventa
un po’ il manifesto del gruppo. La trinità trova poi compimento
nei toni inquietanti, l’alternanza recitativa delle voci e il
rock acido di Meadow Meal per terminare dopo 34 minuti di totale
deragliamento sonoro con il wah-wah disturbante, i feedback corposi,
il cantato sgraziato e l’elettronica cinguettante di Miss
Fortune.
Del tutto superflui i commenti, impossibili i paragoni immediati, dal
momento che nulla del genere si era sentito prima e nulla di così
"pericoloso" e al tempo stesso virtuoso si ascolterà
dopo. Solo i diretti interessati riusciranno a replicarsi con risultati
soddisfacenti - ma minore trasporto - nel successivo "SO FAR",
un'opera ricca di intuizioni felici - il Nick Cave di From Her To
Eternity deve più di qualche cosa alla It’s A
Rainy Day, Sunshine Girl qui raccolta - ma più convenzionale
nell'approccio.
Fabrizio
Zampighi
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