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Tracklist
01. Suzanne
02. Master song
03. Winter Lady
04. The stranger song
05. Sisters of mercy
06. So long, Marianne
07. Hey, that’s no way to say goodbye
08. Stories of the streets
09. Teachers
10. One of us cannot be wrong
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Leonard
Cohen - Songs Of Leonard Cohen
(Columbia, 1967)
Mentre
i Beatles davano alle stampe “SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS
CLUB BAND” definendo una volta per tutte le linee guida del movimento
psichedelico inglese, mentre i Grateful Dead sottoscrivevano, con l’album
d’esordio, la propria appartenenza a quell’ acid rock che
di lì a breve avrebbe generato schiere di “viaggiatori”,
mentre i Doors fondevano, nell’opera omonima, blues ed accenti
lisergici col fine di espandere le “huxeliane” porte della
percezione, usciva, in sordina, anche il primo disco del canadese Leonard
Cohen.
Originario di Montreal ed artista atipico per il periodo – nessun
legame evidente con la cultura hippy -, prima di approdare alla musica
Cohen si era dimostrato scrittore ispirato ed apprezzato a livello internazionale,
grazie ad opere quali “THE FAVOURITE GAME”, “FLOWERS
OF HITLER” e soprattutto “BEAUTIFUL LOSERS”. Poeta
e romanziere in possesso di uno stile vivacemente influenzato da riferimenti
religiosi e al tempo stesso in grado di scuotere gli animi ed affascinare
grazie a raffinate strutture linguistico - metaforiche, Cohen decideva,
in seguito ad alcuni contatti avuti con personalità artistiche
newyorkesi, di evolvere la propria proposta letteraria accostandola
a musiche autografe di matrice folk. Nasceva così “SONGS
OF LEONARD COHEN”.
Il disco, in linea con alcune delle produzioni cantautoriali del periodo,
procede su un binario estetico ben preciso: da una parte la voce profonda
dell’autore ad esplorare le splendide derive melodiche dei brani,
dall’altra arpeggi di chitarra che sottolineano la ritmica ed
il carattere degli stessi. Se a grandi linee le musiche si ispirano
agli stilemi del country senza però cedere a sonorità
troppo tradizionali, esse brillano al tempo stesso di luce propria,
in virtù di un originalità fatta di malinconie sottili
ed inclinazioni melodiche dal retrogusto europeo. Il tutto, filtrato
com’è da un’ attitudine compositiva ed un approccio
alla tecnica spesso poco ortodosso ma ugualmente intrigante, mantiene
una fondamentale coesione grazie agli efficaci arrangiamenti, strutturati
su archi dall’identità sospesa e i cori mai invasivi.
Nei quaranta minuti del disco l’autore affronta tematiche di natura
esistenziale senza scadere nell’ovvietà, anzi dimostrando
una ricchezza di sfumature davvero invidiabile: l’amore folle
e al tempo stesso innocente di Suzanne, la compassionevole
spiritualità di Sister Of Mercy, il cinismo e la disillusione
di Teacher, i toni riflessivi di Hey That’s No
Way To Say Goodbye, la solitudine e l’abbandono di The
stranger song. Testi complessi, di non facile lettura, che per
maturità ricordano, in alcuni frangenti, quelli del Bob
Dylan meno politico.
“SONGS OF LEONARD COHEN” nella sua semplicità apparente,
è opera di grande spessore e profondità. Cohen riuscirà
a ripetersi sugli stessi livelli anche nei successivi “SONGS FROM
A ROOM” e “SONGS OF LOVE AND HATE” suscitando l’ammirazione
e meritandosi la stima di grandi artisti. Tra questi vogliamo ricordare
Fabrizio De Andrè, che del musicista canadese riprese, fornendone
una splendida rivisitazione nella lingua di Dante, la già citata
Suzanne e Joan Of Arc.
Zampighi
Fabrizio |