Tracklist

01. Sure ‘Nuff’ N Yes I Do
02. Zig Zag Wanderer
03. Call On Me
04. Dropout Boogie
05. I’m Glad
06. Electricity
07. Yellow Brick Road
08. Abba Zaba
09. Plastic Factory
10. Where There’s woman
11. Grown So Hugly
12. Autumn’s Child

 

Captain Beefheart & His Magic band – Safe as Milk
(Buddha, 1967)

Se c’è un personaggio capace di gareggiare in irriverenza e odio per gli schemi consolidati con il sommo sacerdote Frank Zappa, quel personaggio è Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart. Un’artista legato a filo doppio al santone di “FREAK OUT!” da un rapporto di amore e odio nato in gioventù, quando i due suonavano nelle stesse formazioni, e consolidato in anni successivi in occasione delle registrazioni del capolavoro assoluto di Van Vliet, “TROUT MASK REPLICA”.
Tuttavia, prima di arrivare a concepire il blues destrutturato e folle del disco citato, Vliet è un musicista plagiato dal jazz di Ornette Coleman, un artista che si interessa di pittura e scultura, un istrionico pensatore libero che si rintana ai margini del deserto del Mojave e con un pugno di musicisti altrettanto sfasati decide di rileggere la musica del Diavolo alla maniera di Howlin’ Wolf, ibridandola con i dettami del free. I primi risultati sono un paio di 45 giri pubblicati dalla A&M - Diddy Wah Diddy / Who Do You Think You Are Fooling e Moon Child / Frying Pan - immediatamente rinnegati dai vertici della casa discografica perché commercialmente poco attraenti. Una scelta discutibile, ma che costringe il gruppo a rimandare l’esordio sulla lunga distanza al 1967, quando approda presso la Buddha Records.
Nobilitato dalla chitarra di un giovanissimo Ry Cooder, dalle percussioni di Taj Mahal e dall’apporto di Alex St. Clair Snouffer, Jerry Handley e John French, “SAFE AS MILK” raccoglie undici episodi che traggono linfa vitale dal blues ma al tempo stesso vanno oltre le semplici dodici battute tipiche del genere. Se Sure ‘Nuff’ N Yes I Do sembra infatti ricalcare la Hobo Blues di Johnny Lewis elettrificandola, Zig Zag Wanderer risente invece delle influenze del beat, Call On Me parla il linguaggio del soul, Dropout Boogie cita i Kinks di You Really Got me, I’m Glad è Wilson Pickett in abiti da crooner.
La prima facciata del disco scivola via su toni piuttosto ordinari, considerati i canoni espressivi di quello che sarà lo stile del Beefheart maturo e soltanto sul lato B si intravedono i primi segnali di un piacevole squilibrio stilistico. Electricity vede un Van Vliet instillare un cantato quasi diabolico su riff di chitarra monocromatici e zampettanti, Yellow Brick Road è un'escursione nel country meno banale, Abba Zaba fonde ritmiche africane e riff ossessivi, Plastic Factory è un primo tentativo concreto di “liberalizzare” le geometrie canoniche dei brani. Where There’s Woman, Grown So Hugly e Autumn’s Child chiudono la scaletta, con una formula in bilico tra umori latini e percussioni, atmosfere soft ed incedere ritmico fuori tempo.
Benché il minutaggio dei brani superi raramente i tre minuti – “TROUT MASK REPLICA” si dimostrerà assai meno legato alle logiche da 45 giri – “SAFE AS MILK” contiene già molti di quelli che saranno gli elementi distintivi del suono a marca Captain Beefheart & His Magic Band, a cominciare da una voce gracchiante e profonda e da un background strumentale volutamente incapace di circoscrivere gli impeti diaframmatici del leader del gruppo.
Una frizione continua che se in questa sede pare ancora imbrigliata dall'innocenza giovanile, col tempo assumerà i toni di in una vera e propria guerriglia sonora spesa tra dissonanze ragionate e atomizzazioni espressive.

Fabrizio Zampighi