sodastream, fonte www.sodastream.net.au

 

Sodastream, 17-06-2004, Hana-bi, Marina di Ravenna

Di gruppi australiani la storia del rock è piena e non sono certo io il primo a scoprirlo.
Se foste gente a cui piacciono le schitarrate massificate potrei citarvi, come esempi, i classici e straconosciuti AC-DC ed INXS. Diversamente, se la vostra colazione tipica prevedesse pane, burro e indie alternativo, i Birthday Party del primo Nick Cave o i recentissimi Datsun – ad essere precisi neo-zelandesi - potrebbero, forse, stimolarvi l’appetito.
Qualunque fosse la band più vicina ai vostri gusti dovreste comunque imparare a fare i conti, nella migliore delle ipotesi, con brutti ceffi dalle pettinature discutibili, suoni fragorosi, urla impazzite ed atmosfere decadenti.
Ma è davvero soltanto questa l’Australia?
Osservando i due musicisti che per un’ora e mezzo si sono trattenuti nello spazio concerti del Hana-bi di Marina di Ravenna pare proprio di no. Sembra, anzi, che il continente dei canguri possegga anche un’altra anima oltre a quella rumorosa e selvaggia dei gruppi citati, un’anima malinconica, poetica, ricca di sfumature e dai toni quasi dimessi, capace di esprimersi con soffici carezze acustiche e commovente nella sua semplicità.
Un’anima che i vagheggiamenti sonori dei Sodastream rappresentano in pieno.
A chi tra il pubblico non conosceva il gruppo, Karl Smith e Pete Cohen devono essere sembrati due giovani allampanati capitati li per caso più che fondamentali esponenti di quello che un tempo veniva definito come New Acoustic Movement, il primo abbracciato alla sua chitarra in tipica postura da consumato loser, il secondo ingobbito sull’immenso contrabbasso.
Ma si sa, giudicare dall’aspetto esteriore non conviene mai.
Forti delle critiche positive ricevute per l’ultimo “A MINOR REVIVAL” ma soprattutto consci di aver scritto una pagina epocale del pop d’autore europeo con “THE HILL FOR COMPANY”, i Sodastream hanno allietato i presenti grazie ad un songwriting tutt’altro che estemporaneo, fusione riuscita di vocalità sussurrate ed arrangiamenti minimali. Strutturati su melodie dall’aspetto immediato ma in realtà risultato di un continuo lavoro di cesello, i brani in scaletta hanno mostrato un fascino sottile, ascrivibile anche alle riuscite sinergie sonore di contrabbasso e chitarra che ne hanno determinato la veste: una formula musicale per certi versi poco comune ma non per questo meno gradevole, almeno a giudicare dalle reazioni di un pubblico emotivamente rapito.
L’atmosfera positiva della serata, come sottolineato anche dai numerosi interventi di Pete Cohen in un italiano un tantino improvvisato, ha stimolato gli stessi musicisti, tanto da spingerli a prolungare il set oltre i tempi prestabiliti.
Chi ha saputo ascoltare con indole pacata e rispettosa le melodie gentili dei due australiani si è fatto garante di un’esperienza sonora intima e raccolta, forse non in grado di far muovere il corpo a ritmi forsennati ma capace, sicuramente, di rasserenare l’anima.

Zampighi Fabrizio