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radiodept
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Radio
Dept., 09-02-2005, Estragon, Bologna
Tempi
grami questi, se sentiamo la necessità di esaltarci per gruppi
come i Radio Dept.
Tempi purtroppo, in cui la capacità di replicare uno stile riconoscibile
con buon gusto e discreto equilibrio viene scambiata per arte purissima
e dove una band il cui merito maggiore è forse quello di rientrare
in una scena – quella svedese – mai sotto i riflettori come
negli ultimi tempi, viene identificata dalla stampa specializzata di
mezzo mondo come la next big thing di turno.
Non fraintendetemi, chi vi parla non ha nulla contro il gruppo in questione,
che, ora possiamo dirlo, anche on stage dimostra di saper svolgere
con una certa cura il compito assegnatogli.
L’impressione è, però, che lo si stia un tantino
sopravvalutando.
I Radio Dept. si presentano sul palco dell’Estragon con due chitarre
ed una drum machine, strumentazione ridotta all’osso
ma sufficiente a veicolare lo scarno shoegaze che li contraddistingue.
Un suono che, superfluo farlo notare, si ispira palesemente a mostri
sacri del genere quali My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain, Ride,
Spaceman 3 e che dai suddetti gruppi riprende parecchi elementi formali.
Distorsioni ampie ed avvolgenti traghettano sospiri appena accennati,
melodie striscianti e suoni ipnotici convivono con grezze basi elettroniche,
dissonanze calcolate decollano e rientrano nel giro di pochi secondi,
il tutto a comporre un quadretto colorato e razionale in cui ogni cosa
funziona e sembra trovarsi al posto giusto.
L’approccio al concerto è di quelli che ci si potrebbe
aspettare da una giovane band finita quasi per caso nell’occhio
del ciclone, tra sorrisini delicati e frequenti ringraziamenti indirizzati
al pubblico: un modo di porsi a dir poco rassicurante che evidentemente
ben rappresenta l’indole pacata della musica proposta dal combo
svedese.
Sarà forse anche per questo che nell’oretta di concerto
a cui abbiamo assistito il gruppo ci è sembrato in grado di smuovere
piacevoli ricordi e di appassionare in virtù del carattere nordico
gentile ma al tempo stesso non sufficientemente “coinvolto”
da concedere spunti di riflessione più approfonditi. Nulla è
emerso che abbia fatto pensare ad un arricchimento sostanziale di un
lessico musicale già limitato per tradizione, nulla ha ricordato
l’indole selvaggia di chi, tale lessico, lo ha definito per primo.
E allora alla riscoperta educata preferiamo la tecnica naïf
ed approssimativa, alle parche distorsioni gli assalti criminali di
chitarra, alle ritmiche plastificate il suono della confusione. Chiamateci
nostalgici se volete, ma non riusciamo proprio a levarci dalla testa
il fascino sporco e drogato di un Bobby Gillespie d’annata che
batte sulle pelli in “PSYCHOCANDY” o le chitarre viola ed
immateriali che Kevin Shields ritrae tra i solchi di “LOVELESS”.
Soggetti e stili di vita poco raccomandabili che identificavano tra
gli ’80 e i ‘90 una selva di umanità disperata, impegnata
a ricercare nella musica non tanto una forma espressiva quanto l’unica
via di fuga possibile.
Nulla a che spartire, a nostro modesto avviso, con i nordici Radio Dept.
Zampighi
Fabrizio |