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lou reed,
fonte
www.rocknroll.net
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Lou
Reed, 01-07-2004, Mu.Vi., Modena
Orfana
del “Pavarotti and Friends”, Modena si ricicla, quest’anno,
contenitore estivo generalistico grazie al Mu-Vi - Music Village -,
appuntamento promosso dalla “signora Pavarotti” Nicoletta
Mantovani destinato a rinfrescare le afose serate estive della città
della Ghirlandina. Iniziativa strana quella della Mantovani, che nelle
serate di giugno e luglio previste dal programma, cerca di fondere il
glamour dei grandi appuntamenti modaioli con l’intrattenimento
e la satira, il rock d’annata con il pop levigato e da classifica,
l’opera con il cabaret.
Poco attraenti, a dirla tutta, le proposte musicali – almeno per
chi naviga nelle tumultuose acque delle vibrazioni alternative - e difficile
trovare, complice il prezzo del biglietto tutt’altro che popolare,
qualcosa di davvero appetibile.
Una sola ragione avrebbe potuto spingerci a scendere a patti, nostro
malgrado, con questa kermesse radical-chic griffata: il nome
di Lou Reed il primo luglio.
Così è stato.
Preceduto da una breve quanto discutibile esibizione di Federico Poggipollini
– per chi non lo sapesse chitarrista di Ligabue - che nulla aveva
a che vedere né con il newyorkese né con la tanto sbandierata
“festa per i 50 anni del rock” leit motiv della
serata, l’ex Velvet Underground si è presentato sul palco
verso le 22.30, vestito di nero e con una strumentazione ridotta a due
chitarre ed un basso. Accolto dall’entusiasmo di un pubblico fin
troppo accondiscendente con il proprio idolo, il rock ‘n’
roll animal per eccellenza ha faticato un po’ prima di entrare
in completa sintonia con la musica ma non ha deluso chi si aspettava
un’ esibizione degna della fama dell’artista. Nell’ora
e mezza di concerto – era prevista, in realtà, soltanto
un’ora per la “modica” cifra di 22 euro - Reed ha
inaspettatamente ripescato pochi episodi dai capolavori “NEW YORK”
e “TRANSFORMER” – Romeo and Juliet, Perfect Day,
Walk on the wild side - e dal lontano passato con i Velvet Underground
–Jesus, Sweet Jane -, privilegiando invece brani meno
noti o più recenti.
Il set ha mostrato un musicista convincente e coinvolgente, capace di
ipnotizzare i presenti con l’ormai inconfondibile incedere meccanico
e nasale della voce ed allo stesso tempo esaltarli grazie a virtuosismi
chitarristici sufficientemente acidi da richiamare alla mente i fasti
della giovanile Sister Ray.
Positiva l’impressione generale ricavata dall’esibizione
del sessantunenne americano, un artista che in tutta la sua carriera
non è stato in grado di rinnovarsi in maniera definitiva ma che,
al tempo stesso, non ha mai perso occasione per rimettersi in discussione.
Zampighi
Fabrizio |