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white
stripes, fonte www.whitestripes.net
queens
of the stone age, fonte www.bbc.co.uk
audioslave,
fonte www.audioslaved.com
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Flippaut
Festival, 02-06-2003, Arena Parco Nord, Bologna
Il periodo
dei grandi appuntamenti musicali estivi per questo 2003 è ufficialmente
cominciato l’uno e il due Giugno a Bologna, con l’esordiente
Flippaut Festival. Chi vi parla ha scelto di partecipare soltanto alla
seconda data della manifestazione e quindi, nelle poche righe che seguono,
troverete un resoconto – spero esaustivo - limitato alla stessa.
A giudicare dalla location scelta per l’evento –
l’ampia area concerti dell’Arena Parco Nord di Bologna -
pareva che, nelle intenzioni degli organizzatori, questo dovesse essere
un appuntamento da tutto esaurito. C’erano grossi nomi in cartellone
– Audioslave, Queen Of The Stone Age, White Stripes per citarne
alcuni - e c’era anche il lunedì festivo che avrebbe potuto
garantire una buona affluenza di pubblico.
In realtà tutta questa affluenza non c’e’ stata.
Certo il numero di persone presenti è stato complessivamente
notevole ma, più volte, abbiamo avuto l’impressione –
e questa è un’opinione del tutto personale non fondata
su dati ufficiali - di assistere ad uno spettacolo che avrebbe potuto,
per i contenuti e le scelte musicali compiute dagli organizzatori, richiamare
un pubblico più vasto. Come spiegare le possibili assenze? Difficile
dirlo. Certo è, però, che sborsare quasi trentasette euro
– compresi diritti di prevendita -, ovvero settanta mila delle
vecchie Lire, per una delle due date del Festival non era certamente
da tutti. Non devono essere stati pochi quelli che attratti dai nomi
in cartellone si sono informati sul prezzo del biglietto e, dopo un
rapido controllo delle proprie finanze, hanno dovuto rinunciare. E viene
da pensare, osservando il tariffario degli ultimi appuntamenti dal vivo
nei, cosiddetti, circuiti “alternativi”, che una scena del
genere si verifichi sempre più spesso.
Colpa della “nuova” moneta? Colpa dei costi di gestione
troppo elevati? Colpa degli organizzatori? Ai posteri l’ardua
sentenza.
Nella seconda giornata del festival la musica è iniziata alle
tre di un pomeriggio bollente ed afoso, quando sul palco si sono succeduti,
nell’ordine, i Chronics, i
Cursive e gli Hell is for heroes. Delle formazioni
citate soltanto gli Hell is for heroes sono sembrati degni di attenzione,
impegnati a proporre una formula musicale ricercata, vicina per alcune
sonorità a quel new metal tanto in voga attualmente
ma, allo stesso tempo, indirizzata con coraggio verso strade meno battute
e più polverose. I musicisti, saliti sul palco in un momento
in cui la temperatura suggeriva di immergersi nell’ acqua ghiacciata
piuttosto che di suonare col sole in faccia, hanno saputo scaldare a
dovere gli animi dei presenti offrendo una prova di valore ed un set
convincente.
Convincente è stata anche l’esibizione dei Kills,
uno dei gruppi più intriganti ed attesi della giornata. Chi non
aveva ascoltato quasi nulla del duo anglo-americano e si era accontentato
di leggerne sulle principali riviste specializzate, non è, probabilmente,
rimasto deluso. La band – chitarra, voce, basi di batteria pre-registrate
- ha proposto suoni ruvidi, minimali, ossessivi, in strutture riconducibili
all’estetica del blues, all’interno di un set che non mirava
a sconvolgere bensì a promuovere una certa curiosità.
Il pubblico ha risposto positivamente agli stimoli che sono arrivati
grazie anche all’intensità ed al trasporto emotivo che
i due sono riusciti a trasmettere attraverso la loro musica.
Giusto il tempo di strizzare le magliette ormai zuppe per il caldo ed
arrivano i Turbonegro.
Introdotti sul palco da una comparsata di Nick Olivieri dei Queens Of
The Stone Age, che – chissà quanto seriamente - li presenta
al pubblico come il “miglior gruppo rock del mondo”, i Turbonegro
hanno offerto un set di musica vibrante e sanguigna, fatta di chitarre
distorte, feedback e ritmiche potenti. Esteticamente riconducibile
all'immaginario pacchiano dei gruppi hard rock anni ottanta - con tanto
di vestita alla Alice Cooper del cantante - il gruppo ha sputato per
un'ora refrains di facile presa e titoli – I Got
Erection, Don’t Say Motherfucker Motherfucker, Fuck The World,
Rock Against Ass per citarne solo alcuni - che per “fantasia
e raffinatezza” avrebbe potuto fare concorrenza a quelli degli
“estremisti” Manowar.
La scarsa originalità delle strutture armoniche e l’approccio
fondamentalmente “cazzone” e disimpegnato della band nordica
– davvero anacronistico ed imbarazzante il machismo ostentato
in alcuni frangenti - non ha impedito comunque di apprezzarne la carica
e l’entusiasmo.
Con la tanto agognata brezza serale sono arrivati anche gli artisti
più importanti della giornata. I primi a farsi vedere sono stati
i White Stripes che, attrezzato l’ampio palco
del festival in modo tale da evitare dispersioni di attenzione da parte
del pubblico – i musicisti al centro circondati dalla strumentazione
- hanno proposto, soprattutto, brani tratti dagli ultimi due dischi.
Il duo di Detroit si è dimostrato assai capace e fornito di un
carisma ed una presenza scenica non comuni, con cui ha ben ovviato alle
evidenti - auto-imposte - limitazioni nella strumentazione. Si perché
se da un lato la formula chitarra-batteria scelta dai “signori
White” affascina ed ha già creato proseliti – vedi
The Kills - dall’altro è sembrata del tutto inadeguata
a spazi aperti così ampi come l’Arena Parco Nord. Ben altro
impatto avrebbe avuto l’esibizione del gruppo se avessimo assistito
alla stessa in qualche locale fumoso ma dall’acustica decente
invece che in un’area destinata ad accogliere mega-raduni da cinquanta
mila persone.
Chi non ha certo bisogno di locations particolari per esprimersi al
meglio sono, invece, i Queens Of The Stone Age, chiamati
a raccolta poco tempo dopo davanti ad un pubblico in evidente stato
di esaltazione. I QOTSA hanno letteralmente infiammato la platea proponendo
in rapida successione, all’interno di un set davvero tirato, numerosi
brani estratti dagli ultimi due album e qualche breve parentesi dal
primo episodio discografico. Il gruppo ha dimostrato di saperci fare
e di essere ormai un macchinario perfettamente oliato, capace di parlare
un linguaggio istintivo e diretto ma contemporaneamente abile nell’incastonarlo
in geometrie razionali ed impressionanti per sviluppo. Pochi altri gruppi
possono concorrere attualmente con i californiani, sia su disco che
dal vivo e i QOTSA - assieme all'ormai immancabile Mark Lanegan - lo
hanno ampiamente dimostrato.
A fine giornata sono arrivati anche gli headliner di questa
seconda puntata del Flippaut Festival, ovvero i tanto osannati Audioslave.
Ai numerosi fans accorsi, orfani delle schitarrate crude e politicizzate
dei primi Rage Against The Machine o delle plumbee e decadenti armonie
degli ultimi Soundgarden, il gruppo ha offerto probabilmente quello
che si aspettavano. I fraseggi di Tom Morello viaggiano esattamente
sugli stessi binari di dieci anni fa – per non dire che si somigliano
un po’ tutti - e la voce di Chris Cornell – non in giornata
positiva - fa scorrere ancora brividi lungo la spina dorsale. In più
occasioni tuttavia, si è avuta la sgradevole sensazione di ascoltare
materiale trito e ritrito suonato da una band – chi vi parla è
stato un estimatore delle due “formazioni-prototipo” della
stessa - che sembra aver ceduto alla maniera o, che per lo meno, pare
ristagnare nelle torbide acque della routine creativa. Gli
Audioslave non sono riusciti a rinverdire i fasti né dei RATM
né dei Soundgarden ed hanno offerto una prestazione forse onesta
ma non certo esaltante, suggellata dall’ “immancabile”
temporale estivo che ha mandato tutti a casa.
Zampighi
Fabrizio |