antony, fonte www.ferrarasottolestelle.it

 

Antony & the Johnsons, 14-07-2005, Ferrara Sotto le Stelle, Ferrara

Se c’è un artista che ha messo d’accordo critica e pubblico convincendo la prima in virtù delle notevoli doti canore e conquistando il secondo grazie ad una musica febbrile e intensa come poche, quell’artista è Antony Hegarty. Un musicista cresciuto sotto l’ala protettrice di un paterno Lou Reed ma ormai talmente originale da diventare più di una costola dell’Adamo di Heroin, nonché il “caso discografico” dell’anno. Ne sono testimonianza le sue apparizioni italiane, sempre toccanti e capaci di richiamare un pubblico numeroso, non ultima la data di Ferrara Sotto le Stelle.
A vederla sul palco non si direbbe che quella che ci si trova davanti è una delle scoperte musicali più entusiasmanti degli ultimi tempi, e invece. E invece sotto i lunghi capelli neri stampati sul volto pallido, sotto la t-shirt che sembra nascondere un corpo ingombrante e incapace di convivere con una voce tanto aggraziata, c’è un artista così innocente da sembrare quasi finto, così trasparente da tradire un certo timore reverenziale anche nei confronti di una platea letteralmente rapita.
Davanti al pianoforte a coda e circondato dalle chitarre, i violini, le fisarmoniche e le viole dei fidi Johnsons, il musicista americano imbastisce svolazzi melodici a metà strada tra un Marvin Gaye folk e un J.J.Johanson plagiato dal soul, stropiccia ricordi dolorosi e si lascia sovrastare da frammenti di emozioni, mette a nudo l’anima e la dà in pasto al pubblico. E il pubblico è lì, pronto a cogliere ogni respiro, impegnato a tradurre i sussurri in battiti o magari deciso a seguirlo in gospel improvvisati voce e clapping hands come il divertissement conclusivo.
Il copione del concerto prevede contributi dai due dischi ufficiali dell’artista, “ANTONY & THE JOHNSONS” e “I’M A BIRD NOW”, entrambi in gran parte saccheggiati per arrivare alle quasi due ore di esibizione. Opere le sue, in grado di mostrare uno stile in bilico tra femminee latitudini e intimismo espressivo in vibrato, contorni strumentali essenziali – che spesso si limitano al solo pianoforte – e crescendo vorticosi scanditi da una voce sognante.
Potremmo ricordare Hope There’s Someone, You Are My Sister e la cover della velvettiana Candy Says come vertici assoluti del concerto, ma una musica dall’impatto emotivo tanto devastante come è quella di Antony & The Johnsons non può essere ridotta alla semplice citazione estemporanea.
Per questo ci limitiamo a prendere atto della nascita di una realtà artistica sui generis, capace di parlare al cuore e di commuovere in modo naturale nascondendo sotto la corazza impacciata e un po’ goffa di un giovane quasi incredulo, sublime poetica.

Zampighi Fabrizio