Moha + Ovo + Dead Meadow, 18-03-08, Bronson, Ravenna

Serata all'insegna dei decibel al Bronson di Ravenna, se è vero che nel giro di tre ore si alternano sul palco Moha!, Ovo e Dead Meadow. Un cartellone interessante, capace di accomunare tre realtà musicali dall'estetica profondamente diversa ma simili per attitudine e voglia di trascendere i limiti formali del rock tradizionale.
A inaugurare questo sabba in onore degli spigoli pensa il duo norvegese, rapito dal rullare selvaggio della batteria – notevole, in questo senso, la grancassa metallica (crediamo) artigianale, completa di doppio pedale e collegata al laptop di Morten J. Olsen -, dai riverberi accecanti della chitarra elettrica, dai fraseggi schizoidi della tastiera che si succedono veloci nei quaranta minuti di esibizione. Logaritmi in note sparati dal muro di amplificatori posti alle spalle dei musicisti, risultato di una simbiosi tra chi suona e, nei momenti meno didascalici, inquietante caos cosmico. Quando non rumorismo gratuito.
Discorso diverso per gli Ovo. Al solito ipnotica e intransigente con il suo tribalismo post-industriale ai confini con l'hardcore, la formazione milanese si è presentata sul palco col viso coperto da maschere, per dare il via a un concerto che si è trasformato ben presto in una sorta di rito sciamanico. Con Stefania Pedretti a sintonizzare i presenti sui bassi fangosi dei suoi mantra, a violentare la chitarra, a farsi guida spirituale in un viaggio senza tempo verso un pimitivismo musicale sui generis. Con Bruno Dorella in mezzo al pubblico a picchiare duro su sedie di plastica e bidoni rovesciati, a sguinzagliare il feedback del basso, a miscelare, come sua abitudine, teatralità ed eccessi. Il risultato è pathos e intensità emotiva allo stato puro, necessari a rendere incisiva una musica, per sua natura, poco incline ai compromessi.
Salire sul palco dopo due set tanto avvincenti non era impresa facile. E infatti gli headliner della serata, pur garantendo una prestazione dignitosa – valore aggiunto, la batteria alla Ian Paice di Stephen McCarty -, hanno pagato pegno sul piano dell'impatto visivo e dell'interesse suscitato. Colpa, forse, anche di un set iniziato verso la mezzanotte di un martedì sera – non moltissime le presenze, drasticamente ridottesi verso fine concerto, quando all'interno del locale si contavano meno di un centinaio di persone -, di una band abituata a ben altri scenari e forse non troppo motivata in una sede tanto edulcorata, di una formula derivativa che dal vivo poco aggiunge a quanto già ascoltato su disco. Né la voce strascicata di Jason Simon – spesso e volentieri soffocata dagli strumenti -, ne i riff acidi della sua Telecaster, né il basso onnipresente di Steve Kille hanno potuto trasformare un esercizio di stile, per quanto gradevole, in un concerto memorabile, con buona pace degli ottimi riscontri di critica – assolutamente giustificati, almeno su disco – raccolti dall'ultimo "OLD GROWTH".

Fabrizio Zampighi

 

1- Moha!
2- Ovo
3- Dead Meadow


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