| Bill
Callahan, 24-05-2008, Bronson, Ravenna
Davanti
il microfono, a tracolla una Telecaster da accarezzare appena, sul viso
un'espressione che non tradisce emozioni. Un Bob Dylan del '65 o anche
un Lou Reed del 2008: impassibile, assorto nella musica, capace di descrivere
con gli arpeggi della chitarra un tappeto di note quasi ipnotico. Dietro
di lui la band, muta, con lo sguardo fisso sul leader, motore pensante
di un suono che è feeling, prima di essere tecnica applicata
allo strumento.
L'ultimo Bill Callahan non è più quell'artista obliquo
e decentrato che stupiva ai tempi di "RED APPLE FALLS" o "KNOCK
KNOCK" ma un crooner preparato, impostato, per certi versi convenzionale.
Uno che senza troppe remore spiattella il country variegato di "WOKE
ON A WHALEHEART" assieme a pregevoli articoli delle passate stagioni,
privando questi ultimi delle ombre irrequiete dell'età giovanile
e donando loro passaporto e carta di identità. Una rilettura
che è una sorta di revisione consapevole della propria arte,
quasi a eliminare quella metà oscura che risponde al nome di
Smog in favore di un equilibrio neo-borghese da quarantenne brizzolato.
Come nel caso di Justice Aversion, orfana delle basi elettroniche
e delle distorsioni acuminate della versione su disco, o di Cold
Blooded Old Times, splendida nella sua semplicità ma forse
troppo canonica. Il cinismo delle origini lascia il posto alla cura,
alle microvariazioni emotive, a un sentire che rimane comunque significativo
e dolente. Una poesia sommessa e dalla spiccata eleganza formale che
si esplicita nel pop tremolante di Sycamore, nel groove di
Diamond Dancer, nelle aritmie di Bloodflow, nelle
rifrazioni di Teenage Spaceship.
A pensarci bene è un po' come il Nick Cave di
"NOCTURAMA", l'ultimo Bill Callahan: un artista di spessore,
un ammiratore della forma canzone, un musicista traviato dal “metodo”
e, forse, fin troppo rassicurante. Il che non dev'essere per forza un
difetto, visto l'ottimo livello della musica.
Fabrizio
Zampighi








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