Una bella scoperta gli Zoldester, sospesa tra melodia ed eleganti arrangiamenti, competenze tecniche e buone capacità creative. Un gruppo forse lontano dalle derive sperimentali tanto di moda oggigiorno ma che arriva all’esordio discografico con la giusta convinzione e consapevolezza dei propri mezzi. Abbiamo incontrato Fabrizio Panza e Francesco De Napoli, i due titolari del progetto.

Web

 

RECENSIONE "SE"

INTERVISTA A ZOLDESTER, 22-11-2005

Quali sono le direttive che stanno dietro al progetto Zoldester? Che tipo musica volete veicolare con il gruppo? Quali gli antecedenti stilistici?

FRANCESCO: le direttive, se di direttive si può parlare, sono quelle dell'istinto colto "all'istante", verificare nelle cose che facciamo se quell'attimo colto come un flash può trovare una sua forma più duratura.
L'unica stravaganza è eventualmente quella di aver voluto formare un "gruppo" ristretto a due persone.
Musicalmente ascoltiamo e leggiamo di tutto: Nick Cave, P.J Harvey, Radiohead, Pink Floyd, Blonde Redhead, ma anche Cristina Donà, Faust’O’, Paolo Benvegnù, i primi dei Marlene Kunz e il novello progetto cantautorale di Zanardi.

Pur essendo un’opera prima “SE” non ha le caratteristiche del tipico disco d’esordio di un gruppo indie. I suoni sono molto curati, le tessiture armoniche ragionate, l’apporto strumentale piuttosto ricco, visto e considerato che vi avvalete anche dell’apporto di violino, viola e violoncello. Come siete riusciti a mettere insieme una tale varietà di elementi alla prima prova discografica?

FABRIZIO: dalle esperienze passate (con altre band e produzioni artistiche) abbiamo imparato che ogni collaboratore, dal singolo musicista al fonico, è un pezzo prezioso del mosaico che si andrà a costruire.
Durante i 20 giorni di registrazione al Jungle Sound è successo qualcosa di davvero magico, probabilmente una buona stella vegliava dall’alto: nessun impedimento di sorta, una comunicazione sempre incredibilmente limpida e questo, credici, è abbastanza raro che avvenga.
Il trio di archi è stato arrangiato e diretto da Libero Mureddu, è un ottimo compositore oltre che una bella persona. Abbiamo lavorato inizialmente a distanza: figurati che lui da Helsinki ci inviava le partiture via mail. Quando poi ci siamo incontrati per la prima volta in studio è stato un giusto completamento.
A lavoro finito possiamo dire che troviamo che abbia ben compreso la nostra poetica restituendoci arrangiamenti in perfetta sintonia con i brani.

Al mixer c’e’ Paolo Mauri, un professionista che ha già lavorato con artisti affermati del panorama indie italiano. Com’è stato collaborare con lui e cosa vi ha lasciato in termini di esperienza?

FABRIZIO: Paolo Mauri è fondamentalmente un dark anarchico.
Lo abbiamo contattato perché ha registrato una marea di cose che abbiamo ascoltato con piacere, ad esempio “Tregua” e “Nido” di Cristina Donà, due Cd che sono, dal punto di vista del suono, un punto di riferimento di un certo tipo di rock italiano.
Paolo ha una sua sobrietà nei mix e ci arriva parlando molto di musica con gli artisti. Su questo ci siamo trovati tantissimo, un mix non è solo qualcosa che fa suonare bene un brano ma è soprattutto la sintesi di un’anima.
Paolo è un buon “sintetizzatore di anime”.

Alcuni episodi del disco ricordano vagamente gli Afterhours più pop. Esiste un rapporto che vi lega al gruppo di Manuel Agnelli o tutto è frutto della casualità?

FRANCESCO: personalmente non conosco gli Afterhours, il mio background è frutto di un ascolto adolescenziale lungo e continuato di Beatles e Pink Floyd, innestato successivamente con tutti i tipi di musica... Probabilmente la ricchezza che si ha nel collaborare con persone diverse, ciascuna con il proprio bagaglio di sensibilità ed esperienza, ha virato i colori del disco in direzioni diverse e inaspettate... ma alla fine "sentite" come frutto del percorso scelto.

FABRIZIO: nella scrittura mi sento molto lontano dagli Afterhours, ho una poetica molto diversa e, sicuramente, anche una vita diversa.
Sono lontano anche dai loro riferimenti musicali, canto di cose diverse e mi vesto pure diversamente da loro.
Tra le loro produzioni preferisco i loro ultimi due dischi rispetto ai primi lavori che sono stati, a mio avviso, eccessivamente magnificati dalla stampa.

Un’altra caratteristica del suono a marca Zoldester è una ricerca melodica che non si accontenta di accennare ma che anzi è interessata ad evidenziare di continuo gli intrecci tra voce e musica. E’ solo un’ impressione o in effetti il gruppo cerca di privilegiare questo genere di approccio?

FABRIZIO: per noi la parte testuale è molto importante, adoperiamo la parola in modo non descrittivo ma evocativo, quindi dal punto di vista della poetica non ci piace mai raccontare.
Questo cantare e sussurrare intrecciato con la musica è forse, come hai detto tu, la caratteristica principale di questo disco ed anche la sua cifra stilistica.
Per noi lo stile non è una forma vuota e fine a se stessa ma l’essenza stessa di ciò che si è. Il proprio stile è ciò che comunica più forte di qualsiasi altra cosa il proprio modo guardare le cose, il proprio tipo di sensibilità.

Osservando il packaging del cd mi pare di poter affermare che oltre ad una cura particolare per gli aspetti strettamente musicali la politica del gruppo preveda anche una notevole attenzione per gli elementi grafici. Del resto uno di voi due – Francesco De Napoli – è il diretto responsabile di tutta la parte-immagine…

FRANCESCO: in realtà la cura è figlia di una voglia di affiancare la musica con immagini che aiutassero a raccontarci... non è mai fine a se stessa, è il prolungamento visivo di quello che facciamo musicalmente...

Cosa differenzia Zoldester dalle miriadi di band emergenti del panorama indie italiano?

FABRIZIO: non ci sentiamo una band emergente, non facciamo musica per emergere ma per soddisfare la nostra necessità espressiva,
Facciamo musica perché la consideriamo un’arte nobile e ci riteniamo fortunati di poterci concedere questo lusso, praticandola a nostro modo e senza imposizioni. Non amiamo un certo snobismo che si respira in certe aree indie e neanche il semplicismo dei prodotti delle multinazionali.
Dietro queste inutili semplificazioni modaiole (indie, mainstream) ci sono solo gli artisti, con i loro percorsi e il loro modo di guardare il mondo.
Crediamo di avere un nostro specifico ed una certa eleganza nel fare musica.
Crediamo che la vita sia una battaglia estetica.
Cerchiamo di combatterla arrendevolmente.

Quali i progetti futuri del gruppo?

FRANCESCO: Sicuramente in questo momento abbiamo voglia di far sentire la nostra musica e quindi di confrontarci con chi ci ascolta. Nel contempo abbiamo scritto nuovi pezzi e pensiamo ad un passo che possa essere di continuità e di crescita stilistica per il prossimo disco.

Zampighi Fabrizio