Il grigiore novembrino e il giallo delle foglie che cadono, il rumore di una notte insonne e profondi paesaggi onirici, sfumature d'umore inaspettate e il moto perpetuo del cuore. Se unite i puntini e osservate il risultato potreste trovarvi di fronte ad un'immagine sfocata dei Morose.

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RECENSIONE "ON THE BACK OF EACH DAY""

 

INTERVISTA A MOROSE, 17-11-2006

Terzo episodio compiuto sulla lunga distanza per il gruppo, ON THE BACK OF EACH DAY appare come il punto di arrivo di un processo evolutivo che parte da un approccio acustico e minimale e finisce con l'indagare tutte le sfumature del nero, attraverso derive espansive e suoni avvolgenti. Sei d'accordo?

Perfettamente.

A differenza di quanto accaduto agli esordi, mi pare che la musica del vostro ultimo disco possegga una forte connotazione “visiva”. Una sorta di stimolazione sensoriale riconducibile, per certi versi, ad una dimensione onirica e al tempo stesso a variazioni quasi cinematografiche. Cosa ne pensi?

In effetti le atmosfere di questo disco sono riconducibili a un progetto messo in piedi due estati fa con Marco Monica (In My Room), che prevedeva l'utilizzo di proiezioni (curate da un amico, Francesco Ferro). L'incontro tra immagini e musica è spesso molto suggestivo.
Alla dimensione onirica fa riferimento anche il titolo del disco, tutti noi viviamo una seconda vita sulla schiena di ogni giorno.

Un'altra caratteristiche della vostra proposta musicale è la ricchezza strumentale conciliata a un evidente gusto per il particolare. Un approccio tuttavia, che in qualche caso sembra lavorare più per sottrazione che per accumulazione, quasi a mantenere un equilibrio formale che non ha lo scopo di stordire bensì di suggerire...

Sono sempre stato del parere che un'opera d'arte debba evocare piuttosto che descrivere, la bellezza è negli occhi di chi guarda, nelle orecchie di chi ascolta, a volte basta una scintilla.
Detesto le produzioni eccessive, come le descrizioni troppo minuziose nelle pagine di un romanzo, mi annoiano e rischiano di soffocare l'ispirazione.

Come nasce un brano dei Morose?

Come un brano nasca, in senso stretto, è un mistero insondabile. Ci dobbiamo accontentare di indagare le circostanze esterne, abbandonando l'abitudine a cercare rapporti causa-effetto, rassicuranti ma privi di significato in questo contesto. Qualcosa ci sfuggirà sempre.
Più che in passato i pezzi di questo disco sono venuti alla luce (ma è forse meglio dire al buio) suonando insieme, prevalentemente di notte. Lo scorso inverno dopo una nevicata straordinaria siamo rimasti isolati per alcuni giorni nella casa dove proviamo: Foie de dinde, Rain Dance e Jurodivyi sono state composte sotto mezzo metro di neve.

In cosa vi ha cambiati l'esperienza di questi anni e il processo evolutivo che inevitabilmente state attraversando?

La vita del gruppo è stata travagliata sin dall'inizio, con continui cambi di formazione. E' ormai un anno che suoniamo in tre, con Pier prevalentemente al piano e Valerio prevalentemente ai fiati. E' un approccio diverso dal più canonico indie-rock degli inizi e mi pare offra più spazio per tirare fuori qualcosa di interessante.

Siete una band che grazie alle frequenti esperienze all'estero ha avuto modo di confrontarsi anche con realtà diverse da quella italiana. Che giudizio avete maturato sulla situazione generale della discografia indipendente?

Dando uno sguardo fugace al giardino del vicino si corre sempre il rischio di vedere le cose più belle e ordinate di quello che sono in realtà. Ci siamo trovati molto bene in Francia, dove abbiamo conosciuto gruppi veramente interessanti, come YeePee, Klimperei, ed etichette come la Travelling Music, che il prossimo anno farà uscire lo stupendo disco di Alina Simone, con la quale abbiamo girato nelle scorse settimane. A dispetto delle buone proposte però mi pare che la situazione generale non goda esattamente di ottima salute. Devo dire che la mia visione è comunque molto parziale, e che non sono famoso per il mio ottimismo..

E su quella italiana?

In realtà conosco solo la nostra di situazione, che non è proprio trionfale. Credo che si riesca a tirare avanti prevalentemente in virtù di una innata spinta all' autolesionismo.

Siamo a fine novembre e come tutti gli anni è il momento del Meeting delle Etichette Indipendenti. Come vedete un appuntamento che negli anni ha riscosso sempre maggiori consensi ma al tempo stesso ha aperto a major – come accaduto lo scorso anno – e a personaggi musicali che davvero poco hanno di indipendente? Un modo per istituzionalizzare il mondo della discografia indie o un operazione di marketing in grande stile?

Su questo argomento mi cogli veramente impreparato: non ho mai seguito il MEI , e siamo sempre rimasti fuori da rassegne di questo tipo, per cui non saprei proprio cosa dirti...

Fabrizio Zampighi