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Piacevole
scoperta per alcuni, inevitabile conferma per altri, Mauro Mercatanti
continua a percorrere, con la sua band, una strada che pochi oggigiorno
hanno voglia di seguire con serietà e fuori dai soliti schemi:
quella della musica “impegnata”, dell’invettiva politica
in versi, del j’accuse al potere consolidato, della canzone “sociale”.
Una strada che l’artista milanese e la sua band non scordano di
lastricare, oltre che di buoni propositi, anche di una pungente ironia,
come quella che traspare dalla piacevole chiacchierata che segue.
Web
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RECENSIONE
"INFEDELE ALLA LINEA" |
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INTERVISTA
A MAURO MERCATANTI, 16-6-2006
Dopo
l’esordio discografico di La fretta di Noè, è uscito
a gennaio 2006 Infedele alla linea, nuovo episodio a nome Mauro Mercatanti
Band. A distanza di qualche mese dalla pubblicazione che valutazione
dai a questo secondo lavoro?
Mi piace,
mi convince, mi rappresenta.
Strano, perché di solito i miei amici musici ed io tendiamo ad
una sistematica autoflagellazione. Come quando, da piccolo, uno sente
per la prima volta la sua voce registrata e si vergogna come un ladro.
Ecco, stavolta - complice qualche buona recensione e qualche buon riscontro
di qua e di là – ci siamo riascoltati con una punta di
malcelato orgoglio.
Detto questo, si può e si deve far meglio.
Il
disco è scaricabile gratuitamente dal sito di Anomolo Records.
Qual’ è il bilancio dell’esperienza di libera condivisione
a cui vi siete affidati?
Ottimo
e abbondante.
Tra free downloading su Anomolo e CD distribuiti gratuitamente ai concerti,
in poco più di 4 mesi, abbiamo già piazzato il nostro
album nelle orecchie di oltre 1000 persone.
Credetemi, io non ho così tanti amici…
Se avessimo fatto pagare l’album… col piffero che ne avremmo
venduti così tanti!
E in questo momento per noi – che purtroppo o per fortuna abbiamo
tutti un lavoro “altro” alle spalle – sul fronte musicale
è più importante fare che fatturare.
Vedete: le canzoni sono “creaturine” che non vivono bene
segregate in cantina, in sala prova o in cerchie troppo ristrette di
amici e parenti. Hanno bisogno di uscire, fare cose, vedere gente…
Ecco, per me Anomolo e la libera diffusione della musica rappresentano
questo: un paio di vigorose gambette, innestate sotto le nostre canzoni.
Che in questo modo possono andare in giro, a vedere il mondo.
Cosa
spinge una band come la vostra ad optare per questa soluzione? Lo scarso
interesse dimostrato dall’industria discografica major e indipendente
- la prima eccessivamente preoccupata dei guadagni, la seconda forse
troppo protesa verso la ricerca di suoni cool a tutti i costi - o motivazioni
di natura strettamente ideologica?
Mettiamola
così: io non amo il concetto di professionismo applicato alla
forma canzone.
Trovo abbastanza inconcepibile che uno, di mestiere, possa scrivere
canzoni.
Inevitabilmente finisce che le scrive anche quando non ha una mazza
da dire.
Per esempio… uno che scrive solo ed esclusivamente canzoni d’amore…
COME FA???
È umanamente impossibile essere innamorati 365 giorni all’anno!!!
È evidente che i vari Antonacci e D’Alessio ci raccontano
un po’ di minchionate…
Diciamo che credo troppo nella forma canzone per potermi vincolare contrattualmente
a un’etichetta che mi dica “quante”, “quando”
e magari anche “come”.
E in ogni caso vorrei tranquillizzare tutti: non abbiamo mai dovuto
dire di no né a major né a indipendenti…
In altre parole: su quel fronte lì, non ci ha mai cagato nessuno.
Ma neanche lontanamente…
La
vostra è una proposta che pur non trascurando il fattore “melodia”,
unisce ad un approccio “rock” - in senso lato -, testi fortemente
critici verso il vivere moderno. Chi vi parla non ha esitato in sede
di recensione a citare Gaber come possibile “guida spirituale”.
Sei d’accordo?
Ho apprezzato
molto la premiata ditta Gaber e Luporini (di cui si parla poco, ma che
è stato fondamentale nel Teatro-Canzone del buon Signor G.).
Mi hanno dato molto su cui riflettere. Mi hanno aiutato a crescere.
Mi hanno dato un’impronta nella concezione della forma canzone
e un metodo nella visione generale delle cose.
Non sono stati gli unici, ma sono stati importanti.
Se non lo riconoscessi, sarei come minimo un ingrato.
Dai
testi dei brani si comprende come la politica - intesa come un prendere
posizione in maniera disinteressata nei confronti di un problema o una
vicenda - sia una delle tematiche a cui la Mauro Mercatanti Band tiene
maggiormente. Come giudichi l’attuale momento storico del paese
proprio dal punto di vista politico?
Premetto
che parlo solo per quel che mi riguarda e non a nome del resto della
Band…
Io ho sofferto come un cane negli ultimi 5 anni. Avrei votato anche
Paolino Paperino, pur di uscire da quell’incubo tremendissimo
che è stato per me il precedente governo. Non era una questione
politica, era proprio un problema allergologico.
Resta il fatto che è tutto un ragionar per mali minori e che
una classe dirigente con un minimo di inventiva e di coraggio non sembra
ancora apparire all’orizzonte. Mi spiego meglio: si ha l’impressione
che tutti ballino la musica che c’è su, ma non si capisce
più chi mette su la musica.
Poniamo che a me ‘sta musica qua non mi piaccia per niente. A
chi chiedo di cambiarla, se non vedo il deejay da nessuna parte?
Non so se mi sono spiegato…
Ritieni
che la musica possa avere una funzione chiarificatrice per chi ancora
non si rende conto di quanto ha attorno o delle condizioni in cui vive?
Boh. Per
me è stato così.
E suppongo che se è stato così per me, può essere
così anche per altri. Da qui a sostenere che la musica che facciamo
noi possa avere questa capacità ce ne corre…
E infatti non lo sostengo.
Sul
sito della Anomolo si dice che i vostri spettacoli siano una sorta di
versione aggiornata di teatro-canzone. A cosa va incontro chi viene
ad assistere ad un vostro concerto e cosa vi aspettate voi dal pubblico
che paga per vedervi suonare?
Chi ci
viene a vedere va incontro a uno spettacolo dove si parla di questo,
di quello e di quell’altro ancora, si suona di buona lena e si
canta in bello stile. Se dovessi riassumere in una formula direi così:
un mix di ironia & malinconia.
Sul cosa ci aspettiamo noi da chi ci viene ad ascoltare, permettetemi
di essere tranciante: ci aspettiamo che ci ascolti! Non è esattamente
come dirlo. In Italia purtroppo non c’è una grande educazione
all’ascolto musicale. Se fai i teatri tutto bene, ma se appena
appena ti sposti in un club o in un localino, spesso e volentieri risulti
sommerso dal cicaleccio degli avventori.
Io non ce la faccio fisicamente a vivere la musica come un sottofondo.
È più forte di me: se c’è qualcuno che suona,
io lo ascolto.
E che diamine!
Fabrizio
Zampighi
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