Forti dell'ultimo "COME HOME", i Franklin Delano si trasformano da band emergente a modello estetico di riferimento, in virtù di una proposta musicale ormai facilmente riconoscibile e grazie all'instancabile lavoro di calibratura messo in atto in questi anni.
Ne abbiamo parlato con il leader della formazione bolognese, Paolo Iocca, che disponibile come al solito, non ha esitato a sottoporsi ad un'intervista a trecentosessanta gradi. Con un piede nel passato e uno già nel futuro.

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RECENSIONE "LIKE A SMOKING GUN IN ...."
RECENSIONE "COME HOME."
LIVE TENDA, 2007

 

INTERVISTA A FRANKLIN DELANO (Paolo Iocca), 10-05-07

Breve cronistoria di Paolo Iocca: chi sei e da dove vieni.

Io sono nato a Napoli, città in cui ho vissuto i primi 19 anni della mia vita. La scusa dell’Università mi porta a Bologna, in realtà per cercare uno sbocco alla mia voglia di fare musica. La mia inesperienza mi ha fatto commettere parecchi errori; un lento suicidio che ha coinvolto anche l'ambito professionale. Per un periodo ho smesso di suonare, poi anche di ascoltare musica del tutto. Dopo quasi un decennio abbastanza deprimente ho ritrovato, grazie a incontri a volte casuali, la voglia di suonare Questo è accaduto ormai all'inizio del nuovo millennio. Da allora sono diventato una macchina: faccio musica, ma alternativamente mi sono occupo di qualsiasi mansione: promozione, booking, pubblicazione, management.

Quando inizia la tua passione per la musica e a quando risale, invece, l'infatuazione per la tradizione country-folk americana?

Sebbene a 10 presi lezioni di chitarra classica, lo feci più per soddisfare le aspettative dei miei genitori. Queste però mi tornarono parzialmente utili quando, a 13 anni, iniziai per mio conto a esplorare il mondo della musica rock. Tra tutta la musica che girava non ho mai sentito nulla di particolarmente entusiasmante, a parte gli episodi più di “rottura” – all’epoca l’heavy metal e l’hard rock. Da allora conto circa 17 anni (passati ad ascoltare Fugazi, NoMeansNo e altre cose tra l'hard-core e il post hard-core) per arrivare allo sconvolgente impatto che, forse nel momento più opportuno, la musica di Tim Rutili, Tim Hurley, Ben Massarella e Brian Deck ha avuto su di me e sul mio futuro professionale. Fu infatti l’ascolto di "BUNNY GETS PAYD" dei Red Red Meat che cambiò il mio approccio alla composizione. Seguito a ruota da “THERE'S A STAR ABOVE THE MANGER TONIGHT”, da “SOMETIMES GOOD WHETHER FOLLOWS BAD PEOPLE” e “ROOM SOUND” dei Califone e dall’omonimo dei Loftus. La prima volta che ebbi la possibilità di incontrare Tim Rutili, non riuscii a comunicare quanto importante la sua musica fosse stata per me.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la musica ricopre, per alcune persone, più di una semplice funzione di intrattenimento. Molti la vedono come un modo per esprimere la propria personalità, alcuni ne apprezzano le virtù estetiche, altri la utilizzano, indirettamente come cartina di tornasole per rapportarsi con la realtà e magari per crescere a livello personale. A quale categoria ti senti di appartenere?

La musica non è il mio solo interesse, ma al momento è quel nucleo attorno al quale tutto il resto di me può crescere. La fonte a cui mi abbevero per restare al di fuori degli schemi di invecchiamento comuni, che mi consente di restare libero di decidere di me e del mio futuro in modo non convenzionale.

La tua storia si intreccia inevitabilmente con quella della città in cui vivi attualmente. Quella Bologna - per tradizione punto di raccolta di mezza Italia - capace di regalare sin dagli anni settanta movimenti musicali e (contro)culturali di spessore e scenari urbani passionali. Quanto il luogo può influenzare il carattere di una persona e la sua produzione artistica?

Il posto in cui vivi per forza di cose si disegna dentro di te come un ologramma. Non mi è dato di capire quanto Bologna mi abbia influenzato e ancora meno so dire se trattasi di un’influenza positiva o negativa.

Veniamo alla parte strettamente autobiografica. I Franklin Delano nascono nel 2002 da un idea tua e di Marcella Riccardi, orfana dell'esperienza dei Massimo Volume appena giunta al capolinea. Che ricordi hai di quel periodo, culminato con la pubblicazione di "ALL MY SENSES ARE SENSLESS TODAY"?

È’ stato un periodo formidabile, pieno di energia, in cui tutto si è evoluto rapidamente e c’era tanta freschezza di intenti e convinzioni. Abbiamo imparato in fretta tantissime cose e le abbiamo applicate senza perderci in chiacchiere, imprimendo al progetto sempre accelerazioni, mai rallentamenti. Anche il primo album è frutto di quelle accelerazioni. Tant’è vero che è un demo, con tanti errori e difetti, pubblicato ugualmente. Gli inizi mi ricordano soprattutto la mia casa di Bombanella. Si stava proprio bene. Poi, per motivi dovuti all'intensificazione dell'attività musicale, ho dovuto cercare di avvicinarmi a una città. Tornare a Bologna è stato molto naturale.

Nel 2005 è il turno di "LIKE A SMOKING GUN IN FRONT OF ME", opera che per la band si rivelerà una svolta decisiva. Prima di scendere nello specifico mi piacerebbe comprendere le ragioni che ti hanno spinto a scegliere un titolo così esplicito...

Il dado era tratto, non ci sentivamo più una band “emergente” e quel disco per noi rappresentava la voglia di totale sdoganamento del progetto e della musica. Se si considera che, guardate dall’esterno, le nostre scelte professionali potevano sembrare a occhi “normali” un vero suicidio o quantomeno un salto nel buio..
Noi ce ne rendevamo conto, e, anche un po’ per esorcizzare questa possibilità, ci siamo sempre detti che ormai era tardi per mollare, che ci eravamo dentro fino ai capelli. Il senso del titolo del nostro secondo album è proprio questo: ormai è tardi per ripensamenti e scelte di vita differenti.

Il disco esce in Italia per i ragazzi del Madcap Collective e negli States sotto l'egida della File 13; al suo interno collaborazioni illustri, come quella con Jim Becker dei Califone e di Brian Deck. Come è nato tutto?

Le sinergie che si sono create in quel periodo sono state a dir poco entusiasmanti: da un lato Onga, di Martini Bros e poi Basemental e ultimamente Boring Machines, che era diventato il nostro asso nella manica; dall’altro i ragazzi di Madcap, conosciuti per caso e che all’improvviso hanno creduto nel disco così tanto da volerci investire quanto non avevano mai investito in tutti i progetti precedenti messi insieme. Con i Califone eravamo già in contatto, visto che io sono un loro grandissimo fan. Poi è arrivata File-13, che ci ha dato una mano per gli States, e ha impresso a quell’uscita un’ulteriore spinta. Devo dire che se guardo con più attenzione, dietro a tutto c’è stato un lavoro estenuante, che per fortuna, alla fine ha dato risultati soddisfacenti.

In cosa ti ha arricchito il rapporto professionale instaurato con musicisti stranieri dalla visione evidentemente più ampia rispetto a quella italico-peninsulare?

È stato fondamentale per capire le pecche della mentalità “italiana” nel fare le cose. L’arte in generale e la musica.

Al disco è seguito un tour proprio nell'America che tanto ti ha ispirato. Come è stato scendere a patti con una realtà che fino ad allora avevi soltanto immaginato e che riscontri avete ottenuto suonando davanti ad un pubblico – e una nazione - che da un lato accoglie le istanze culturali provenienti dall'esterno e dall'altro non esita, talvolta, a considerarle marginali ?

Gli States sono il paese che più di tutti ci ha colonizzato culturalmente. Ma anche noi abbiamo in qualche modo influito sulla cultura statunitense. E la cultura statunitense, peraltro, non è che un rimbalzo di culture europee ed africane mescolate e ributtate al centro. Quindi non c’è che una continua transumanza e ogni chiusura rispetto a questo continuo fluire di valori, tradizioni, echi di abitudini umane, è riduttivo secondo me. Gli States restano per me un luogo di grande ispirazione proprio perché c’è la sensazione di completa libertà artistica. L’unico problema è che per assaporarla in pieno bisognerebbe vivere lì più a lungo.

L'esperienza on the road l'avete riassunta nelle dodici tracce dell'ultimo "COME HOME", un disco che al contrario del precedente, - più incline alla riflessione e ad un intimismo quasi dimesso - non nasconde evidenti passioni per la tradizione folk americana, pur nell'ottica di una visione globale piuttosto personale. Che tipo di progetto avevi in mente quando hai cominciato a realizzare il terzo disco dei Franklin Delano?

Volevamo davvero omaggiare il sostrato culturale e musicale che stava sotto a tanti nostri ascolti. Non si può prescindere da questo. E poi volevamo un album rock, più semplice, più orchestrato e meno psichedelico. Volevamo comprimere e snocciolare con più pulizia le nostre idee compositive e di arrangiamento. Tutto qua. Fare piazza pulita dei riferimenti per poter costruire qualcosa su una base meno instabile. Un po' come imparare l'alfabeto e le coniugazioni prima di scrivere come E.E.Cummings!

Col senno di poi che cosa cambieresti?

Nulla. Ogni disco è una foto di un periodo ben preciso. Se ora siamo altrove o siamo in zona, lo vedremo col prossimo...

Il CD è uscito per la Ghost Records: un cambio di etichetta dettato da ragioni profonde o da motivazioni strettamente economiche?

Questa scelta è stata partorita con grande inquietudine perché con Madcap e Onga si era creato davvero un collettivo e una sinergia stupendi. L’opportunità di passare a Ghost, con le possibilità che l’etichetta ci offriva anche economicamente, non potevano essere ignorate, e le abbiamo sentite un po’ come un segno del destino. È stata l'occasione per conoscere nuove persone e nuovi modi di lavorare, con cui confrontarsi e da cui imparare qualcosa di nuovo.

Nel disco sembra emergere una tendenza allo sviluppo “laterale” dei brani, nel senso che si parte da geometrie ordinarie per poi arrivare a scenari musicali piuttosto strutturati, attraverso un processo di accumulazione continuo...

Le dinamiche sono sempre state un punto caldo del nostro stile, non abbiamo fatto altro che lavorare su questa caratteristica, cercando di utilizzare orchestrazioni vere e proprie, più che strati puramente sonori. Avevamo voglia di orchestrazioni, di Beach Boys, di Otis Redding. Volevamo cimentarci con mezzi di espressione differenti.

Nel tempo i Franklin Delano si sono trasformati da band tradizionalmente intesa in una sorta di posse, per usare un termine caro al mondo dell' hip hop. Una realtà in perenne divenire aperta ad ogni tipo di contaminazione esterna – concretizzatasi, in tempi recenti, nel contributo di musicisti come Marcello Petruzzi dei Caboto, Vittorio Demarin di Father Murphy e Gomma Workshop, Nick Broste dei Wilco, ecc.. – in cui l'unico punto fermo rimani tu. Sei una persona a cui non piacciono i compromessi o pensi che il suono del gruppo ricopra un importanza maggiore rispetto al contributo dei singoli?

In realtà il punto fermo siamo sempre stati io e Marcella “insieme”, anche se io mi occupo più di lei delle public relations. Riguardo al fatto che il resto della band è più o meno stabile, dipende soltanto dalle esigenze dei singoli musicisti e da quanto queste vadano a cozzare o meno con gli obiettivi a breve, medio e lungo termine del progetto. Se i Franklin Delano fossero una band di ventenni, sarebbe più facile tenere insieme tanti elementi, ma quando si passano i trenta, la tua vita non ha ancora preso una forma stabile e sei ancora costretto a fare lavoretti di merda per riuscire a sopravvivere, allora le scelte non si fanno a cuor leggero. Ogni concerto nuovo può diventare un problema da risolvere, ogni spesa nuova per registrare o girare un video o quant’altro diventa un ostacolo non trascurabile.
Quindi finché i componenti non potranno sposare gli obiettivi della band, non ci sembra giusto obbligarli né impantanare il progetto. Però preghiamo il Dio della musica ogni giorno affinché ci dia collettivamente “un sì, un no, una linea retta, una meta”, come direbbe Nietzsche. Al momento, il ritorno di Vittoria Burattini alla batteria e la stabilità che ci sta offrendo la presenza di Marcello al basso ci fa ben sperare che per il futuro si possa pensare a una nuova stabilità.

Che rapporto hanno i Franklin Delano con il proprio pubblico? Trovi che rispetto agli esordi qualcosa si stia finalmente muovendo o una proposta come la vostra fatica ancora a trovare in Italia un audience di riferimento ?

Non saprei. Abbiamo notato, con l’uscita del nuovo album, che molto spesso ai nostri concerti ci sono persone che non sono habitué della scena indipendente. Questo ci fa ben sperare. Per il resto, io mi accorgo se lo show è andato bene o meno da quello che succede dopo, al banchetto dei CD o al bar. Dai commenti diretti, dai complimenti etc... In alcuni periodi sentiamo di essere così in forma da poter davvero fare quello che ci pare sul palco senza far cadere l’attenzione del pubblico. Ultimamente ad esempio, sono sicuro che anche se facessimo tutti la stessa nota per mezz’ora, sarebbe comunque un successo. A un concerto dell’ultimo periodo ho addirittura finito i cd, e ho dovuto spedirli da casa a chi li aveva pagati la sera stessa, qualche giorno dopo.

Nel mondo della discografia indipendente e' davvero così difficile per una band italiana riuscire a suonare credibile affrancandosi da modelli estetici anglofoni ? Non ti pare che spesso, chi suona, se la cavi egregiamente quando si tratta di flirtare apertamente con un certo tipo di tradizione musicale e difetti invece di carattere quando viene il momento di integrare tale tradizione con elementi specifici del background culturale individuale?

Penso che tu abbia ragione. Però preciso una cosa. Non solo il pop italiano andrebbe integrato ma anche la tradizione popolare. Non solo la lingua italiana, ma anche i dialetti. Non solo i pianoforti, ma anche le tammorre, gli organetti, le ocarine, le ghironde, i mandoloncelli. Spesso quelli che cantano in italiano ora, a parte poche eccezioni, non mi entusiasmano, qualche volta mi sembrano ridicoli e imbarazzanti. Quando poi scimmiottano i cantautori, sparando paroloni e concetti filosofici a caso dentro i testi fanno davvero pietà. Allora meglio declamare i testi, come fanno Mimì (Emidio Clementi, n.d.r.) o gli Offlaga Disco Pax.

Ultimamente la scena indie italiana sembra intenzionata a prendersi terribilmente sul serio, anche in virtù di un evidente scatto in avanti in termini di qualità. Come vedi gli ultimi sviluppi dalla musica indipendente autoctona?

È giusto prendersi sul serio. Il problema è che dovrebbe essere la stampa a prendere sul serio la scena indie italiana, i promoter locali, i booking agents. Solo gli artisti credono in se stessi, e questo per l’Italia è già un discreto passo avanti. Ma il resto è esterofilia. Questo è il cancro dell’indie italiano.

C'è qualche realtà che stimi in modo particolare?

Ci sono moltissimi artisti italiani che stimo. Non faccio nomi perché sicuramente ne dimenticherei qualcuno. Ma ti assicuro che sono tantissimi quelli che stimo, rispetto e amo.

Come ti poni nei confronti della discografia moderna e che giudizio hai maturato a proposito del modo in cui si sta' evolvendo?

Non riesco ad interpretare bene la discografia moderna. Penso che un dato di fatto sia la rinuncia alla convinzione che ci possano essere nuovi “Beatles” o cose del genere. Difficilmente si potrà essere pionieri di qualcosa. Ormai quasi tutto quel che si poteva fare col suono è stato fatto e l’innovazione è diventata più una questione di “dosaggio” di elementi, come in una ricetta di cucina. La difficoltà subentra dal momento che chiunque può fare musica registrata in modo tecnicamente decente, ma sempre meno persone riescono a fare autocritica, sfornando qualsiasi scoreggia e pensando nel mentre, che per il mondo sia importante ascoltarla. Tutto è diventato un calderone, senza efficaci metodi di scrematura per la musica. Le grandi case discografiche sanno già come muoversi per far affermare artisti e tendenze anche nel mondo cosiddetto “indipendente”. Mi stupisco a volte di quanto anche ascoltatori che dovrebbero essere sensibili alla musica “buona” si lascino abbindolare dai trends costruiti a tavolino da qualche casa discografica inglese in esubero di bands clonate tra loro. Non so come si evolverà questa situazione. Immagino che l’etica del musicista dovrebbe essere come quella dello scienziato: o l’ipotesi è interessante e cambia le cose o è una sciocchezza che appesantisce inutilmente la società e la cultura.

Se fossi certo di poter decidere per la tua vita dove vorresti indirizzare i passi di Paolo Iocca in un prossimo futuro?

Non penso che ci siano differenze tra quello che desidero/sogno e quello che cerco costantemente di realizzare. D'altronde non penso di avere una grande chiarezza sul percorso che ho intrapreso, per cui, chissà... mi chiarirò le idee strada facendo.

Fabrizio Zampighi