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Personalità
sfaccettata quella di Michele Orvieti: musicista nei Mariposa, co-titolare
di un etichetta avanguardista come la Trovarobato ma soprattutto presentatore/ideatore
– con i ragazzi della stessa Trovarobato – di un'esperienza
radiofonica alternativa come Magazzeno Bis. Un format insolito per l'etere
nostrano, talk show-concerto dedicato all'indie-rock italiano che da
quest'anno ha aperto le porte al pubblico sul palcoscenico del Locomotiv
Club di Bologna.
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IL
TRENO DI MAGAZZENO: Quando e come nasce Magazzeno Bis? Nel
2005 ci siamo trovati ad avere a disposizione due magazzini-garage adiacenti,
qui a Bologna. Uno era l'ufficio della Trovarobato nonché sala
prove dei Mariposa, l'altro era la vecchia sede di un' etichetta di
film a luci rosse. Dal momento che lo spazio accumulato era superiore
alle nostre esigenze abbiamo pensato, su iniziativa di Max Trisotto,
il nostro tecnico del suono, di adibire la sala prove e il nuovo garage
a spazio live per organizzare quelli che ora vengono chiamati house
concerts, ovvero concerti in forma privata. Così con qualche
sedia abbiamo messo su una platea della capienza di venticinque-trenta
persone, da riempire ogni volta su invito. In passato, inoltre, eravamo
entrati in contatto con una quindicina di emittenti radiofoniche alternative
che avevano diffuso il radiodramma dei Mariposa "QUANTI SEDANI
LASCIATI AI CANI" e così abbiamo pensato di trasformare
le esibizioni dei gruppi in una vera e propria trasmissione radiofonica
da diffondere tramite queste radio. Con tanto di concerto, interazione
musicisti/pubblico e conduttore (nella fattispecie io, dal momento che
in passato avevo avuto qualche esperienza teatrale). Ad oggi, in quanti siete ad occuparvi di Magazzeno Bis? Lo staff è variabile, nel senso che Magazzeno Bis è una trasmissione a cura della Trovarobato. Io, Gianluca Giusti (staff redazionale) e Max Trisotto, (tecnico del suono) siamo sempre presenti. Attorno a noi ruotano alcuni collaboratori, come Valerio Canè (bassista e armonicista nei Mariposa), che interpreta alcuni dei personaggi che intervengono durante le puntate, Daniele Calandra (musicista negli Addamanera, gruppo prodotto da Trovarobato), Enzo Cimino (batterista nei Mariposa), Elisabeth McDowell e Mimmo Mellace (ex batterista dei Parto delle Nuvole Pesanti). In cosa è cambiata l'edizione di quest'anno della trasmissione rispetto a quella del 2005 / 2006? Nella scorsa edizione di Magazzeno Bis, tre puntate le abbiamo fatte live in alcuni locali e l'esperienza ci è piaciuta moltissimo. Poi c'è stato un anno di turne' dei Mariposa a siamo stati costretti a sospendere la trasmissione. A fine 2007 abbiamo deciso di riprendere il tutto recuperando la formula del concerto pubblico e fortuna ha voluto che a ottobre dello stesso anno stesse per aprire, a Bologna, il Locomotiv Club. Lo siamo andati a vedere, abbiamo apprezzato il luogo quanto le persone che ci lavorano dentro e così abbiamo deciso di collaborare. Contemporaneamente, a novembre, io e Gianluca Giusti abbiamo iniziato una trasmissione con Città del Capo Radio Metropolitana, che entusiasticamente ha deciso di aderire al progetto di Magazzeno Bis e ci sostiene tuttora, grazie ad un supporto logistico e promozionale. In più, in una situazione nuova come quella della registrazione pubblica, avevamo bisogno di qualche finanziamento esterno. Ci è venuto in aiuto Audioglobe che ha deciso di sponsorizzarci in cambio di un momento promozionale all'interno dello show. Al momento di scrivere – marzo 2008, ndr –, dall'inizio dell'anno, sono passati dalle vostre parti Zu, Trabant Mobil, Lombroso, Cosi, Port Royal, Luci della Centrale Elettrica, Dente, Roberto Dellera. Puoi darci qualche anticipazione sugli artisti che calcheranno il palco del Locomotiv nei prossimi giovedì? Per ora sono previsti Jon De Leo, My Awesome Mixtape, Zen Circus e qualche artista ancora da definire. Le ultime due puntate, che andranno in onda a maggio, le faremo appoggiandoci a qualche festival estivo e registrandole col nostro studio mobile. Speriamo di poter essere presenti anche al Miami. Per aggiornamenti comunque c'è il blog di Magazzeno Bis (http://magazzenobis.splinder.com/) La formula di quest'anno presuppone, come si diceva, un approccio differente. Nella nuova location il pubblico è meno selezionato, essendo un locale aperto a tutti, ed è composto quindi anche da persone che potrebbero, per assurdo, non essere interessate alla registrazione della trasmissione. In cosa è cambiato il tuo approccio, in fase di conduzione, se è cambiato? Fare
una trasmissione come la nostra in un contesto in cui la gente è
abituata alle dinamiche classiche del concerto è un po' una scommessa.
Qui è certamente più difficile che nello spazio privato
che utilizzavamo in passato, dal momento che io mi ritrovo sul palco
in veste di conduttore a mediare tra il pubblico e il gruppo musicale,
ad accorgermi di volta in volta di qual'è il livello d'attenzione
generale, a chiedere a chi ascolta di accettare tempi che non sono quelli
del concerto classico o del rock. Bisogna rinunciare a un concetto di
immersione totale nella musica del gruppo, insomma, in favore di “altro”.
Un “altro” che noi riteniamo comunque ugualmente divertente.
Magazzeno Bis è una trasmissione registrata e trasmessa su un network di radio locali. In un epoca in cui l'informazione, musicale viaggia su canali alternativi a quelli tradizionali - pensiamo a internet, My Space, peer to peer, podcast, ecc – quanto spazio c'è, ancora, per un medium come la radio? Il
network che ospita Magazzeno Bis viene chiamato “network inconsapevole”,
nel senso che non esisteva prima che noi lo coordinassimo, ed è
un insieme di emittenti alternative indipendenti tra loro. Questo la
dice lunga sulle potenzialità che noi attribuiamo alla dimensione
radiofonica. In più sappiamo per certo che in realtà come
Bologna, dove operiamo, molte persone basano ancora la propria educazione
musicale e la propria settimana degli appuntamenti concertistici sugli
approfondimenti che fanno le emittenti radiofoniche della città.
E poi ci sono le web radio che raggiungono gli ascoltatori anche in
luoghi in cui non esiste una copertura radiofonica tradizionale. Secondo la vostra esperienza personale, pensate che ci sia qualche possibilità di affermazione su larga scala per realtà radiofoniche – e trasmissioni - che si propongano come un'alternativa alle solite programmazioni commerciali? Spero di si. Spero, in verità, che si possa arrivare ad una radio che ai tempi, quando nacque, era avanguardista, ma ora non si pratica più molto. La radio che mi piace e che mi viene in mente è quella di Arbore e Boncompagni, una radio più anarchica se vogliamo, più morbida, più varia. Le radio commerciali, almeno dal mio punto di vista, sono assolutamente inascoltabili in questo momento. Se dovessi citare un programma attuale che mi piace, mi verrebbe in mente Viva Radio Due, che va un po' nella direzione che citavo. Pur con tutte le limitazioni dovute al fatto che è una trasmissione diffusa da un emittente di Stato. Da Magazzeno Bis sono passate, negli anni, un po' tutte le realtà indipendenti italiane più importanti. Pensiamo a Marco Parente, Manuel Agnelli, Marta Sui Tubi, Offlaga Disco Pax, Emidio Clementi, Paolo Benvegnù, Jennifer Gentle, ecc. Come è cambiato, se è cambiato, l'approccio alla musica tra le prime generazioni di artisti rock “moderni” – pensiamo appunto ad Afterhours, Parente, Clementi, solo per citare alcuni di quelli con cui avete lavorato - e le realtà più recenti? Mi verrebbe da dire che in musicisti che hanno operato nella prima metà degli anni Novanta hanno forse un approccio alla musica più saggio, consapevole. Sono più attratti dalla sperimentazione. Forse perché quello era un momento musicale più florido ma al tempo stesso era meno facile promuovere la propria musica attraverso i canali che abbiamo oggi. C'era una capacità di adattamento maggiore, insomma. Quando dico consapevole intendo che l'approccio delle prime generazioni di musicisti rock italiani considerava un po' tutto quello che significa essere musicisti, quindi il punto di vista gestionale, commerciale, il fatto di dover guadagnare dalla propria attività. Intendi dire che per le nuove realtà l'attività musicale parte già come attività collaterale? Molto spesso si. E te lo dico considerando anche la mia esperienza con i Mariposa. In più le condizioni economiche sono mutate drasticamente dalla prima metà degli anni novanta, e questo ha portato a un sostanziale cambio di approccio verso la musica. Chi agiva negli anni novanta si è portato dietro l'esigenza di considerare la musica anche dal punto di vista commerciale, mercantile. Chi è venuto dopo, per forza di cose, si deve spesso accontentare della dimensione alta, artistica, del fare musica. Da addetto ai lavori – nonché musicista nei Mariposa - hai un punto di vista privilegiato sull'indie del nostro paese. Se dovessi individuare un difetto e un pregio della nostra scena musicale? Forse si osa poco. Grande bravura nel riuscire a riproporre modelli ma al tempo stesso grande timore nello sperimentare, nel contaminarsi, nell'andare oltre. Poche figure lo fanno, ma alcune in un modo incredibile. Penso, ad esempio, all'esperienza di Improvvisatore Involontario (http://www.improvvisatoreinvolontario.com/), all'interno della quale si muovono realtà davvero apprezzabili sospese tra jazz e sperimentazione. Ma anche a Wallace, Snowdonia, ecc.. In termini assoluti e qualitativamente parlando, pensi che ci sia stata un evoluzione nel rock indipendente nostrano dai primi anni novanta ad oggi? Ti
rispondo in maniera provocatoria. La musica si è liberata tra
il 1968 e il 1976. In quel periodo tutto è esploso, con notevoli
eccessi certo, ma che sono serviti a controbilanciare l'involuzione
che c'è stata negli anni successivi. Questo non significa che
nella storia della musica rock non si siano ripetute esperienze virtuose,
tutt'altro, ma quello forse rimane il periodo più importante. A differenza di quanto accadeva nei Novanta, un momento in cui si scopriva che un rock cantato in italiano era possibile e, soprattutto, potenzialmente di successo, oggi si privilegia decisamente l'inglese. Può essere una scelta vincente in tempi globalizzati come i nostri? Credo che sia un falso problema, nel senso che, artisticamente parlando, non è determinante. Se poi vogliamo occuparci della diffusione del disco, dal punto di vista commerciale insomma, mi pare di capire che per come stanno andando le cose, la lingua inglese funzioni di più. Anche se continuo a ritenere il lato artistico indipendente dal tipo di lingua che si sceglie di usare. Oltre ad essere musicista e conduttore radiofonico, sei anche co-titolare della Trovarobato, etichetta discografica indipendente. A tal proposito mi verrebbe da chiederti: non trovi che nel panorama italiano vi sia un eccessiva frantumazione in micro-etichette che se da un lato garantiscono una varietà musicale senza precedenti, dall'altro disperdono le già esigue risorse finanziarie a disposizione? Meglio non sarebbe creare strutture intermedie – magari unendo le forze - che facciano uscire meno dischi ma garantiscano maggiori risorse finanziarie agli artisti? Il
dato di fatto è che c'è un grosso scalino ineliminabile
tra le major e le etichette indipendenti. La vendita dei CD è in caduta libera ma l'impressione generale è che in Italia non si sia mai ascoltata tanta musica come in questo momento. La soluzione per la scarsa visibilità del mondo musicale alternativo potrebbe essere un semplice ricambio generazionale negli ascoltatori? No,
non credo. Fabrizio Zampighi |
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